La Freisa è uno dei vitigni rossi più antichi e caratteriali del Piemonte, e il Freisa d'Asti è la sua denominazione di riferimento. La zona comprende tutti i comuni collinari della provincia di Asti, con l'eccezione di Cellarengo e Villanova d'Asti, gli stessi paesaggi di vigne e borghi dove nascono la Barbera d'Asti e i vini del Monferrato.
Numeri e regole
La DOC è stata riconosciuta nel 1972. I vigneti coprono circa 158 ettari, per una produzione di 4.510 ettolitri: una denominazione piccola, legata a produttori che credono nel vitigno. Il disciplinare chiede almeno il 90% di Freisa; fino al 2021 era obbligatorio il 100%. La gradazione minima è dell'11%.
Un vino, molti stili
Il Freisa d'Asti esiste in più versioni. Il Rosso può essere fermo, vivace oppure dolce, secondo una tradizione contadina che amava i rossi leggermente frizzanti e amabili da bere durante l'anno. Il Superiore è la versione più seria: affina almeno un anno, di cui sei mesi in botte. C'è infine lo Spumante.
Nel bicchiere la Freisa ha colore rubino, profumi di lampone, fragola e rosa, a volte una nota di sottobosco. In bocca è vivace, con acidità marcata e un tannino deciso, quasi ruvido da giovane, che con l'affinamento si arrotonda. Ricorda per certi versi il Nebbiolo, al quale è geneticamente vicina.
Una storia lunga cinque secoli
Le prime notizie della Freisa risalgono all'inizio del Cinquecento, nei registri della dogana di Pancalieri, dove compare fra i vini tassati. Alla fine del Settecento il conte Nuvolone Pergamo la descrive fra le uve piemontesi più pregiate. Alla fine dell'Ottocento la sua resistenza alla peronospora ne favorì la diffusione, quando la malattia metteva in crisi altri vitigni. Oggi accompagna salumi, agnolotti, bollito misto e formaggi; la versione amabile sta bene con la frutta e i dolci secchi.



