Il Falerno del Massico porta un nome che ha più di duemila anni di storia. L'antico Ager Falernus, la campagna fra il monte Massico e il fiume Volturno, nel nord della Campania, dava il Falernum, il vino più celebrato di Roma, lodato da Orazio e da Plinio. La DOC moderna, riconosciuta nel 1989, copre i comuni di Sessa Aurunca, Cellole, Carinola, Falciano del Massico e Mondragone, in provincia di Caserta, fra il mare e i rilievi del Massico e del vulcano spento di Roccamonfina.
Il vino dei Romani
La vite in quest'area arriva con i colonizzatori greco-micenei, viene ripresa dagli Etruschi e cresce in epoca romana. Il Falerno si distingueva secondo l'altitudine delle vigne in Caucinum, Faustianum e Falernum, e viaggiava in tutte le province dell'Impero in anfore di terracotta segnate dal pittacium, l'etichetta dell'epoca, che indicava tipo di vino, anno di produzione e provenienza delle uve. Per più di 500 anni fu il vino della ricca borghesia romana.
La denominazione oggi
È una DOC piccola: circa 118 ettari e 3.460 ettolitri. Il Bianco chiede almeno l'85% di Falanghina. Il Rosso almeno il 60% di Aglianico, con Piedirosso fino al 40%. Il Primitivo almeno l'85% di Primitivo, con Aglianico, Barbera e Piedirosso a completare. La gradazione minima è del 12%.
Il Rosso e il Primitivo non escono prima del primo gennaio del secondo anno dopo la vendemmia; le versioni Riserva o Vecchio affinano almeno due anni, di cui uno in botte. I suoli vulcanici e il clima marittimo danno rossi caldi e pieni, con frutto scuro, spezie e un tannino deciso; la Falanghina è sapida, con profumi di fiori bianchi e frutta gialla.
A tavola
La Falanghina accompagna mozzarella di bufala, pesce e frittura; il Rosso e il Primitivo stanno con ragù napoletano, carni alla brace, agnello e formaggi stagionati. Nella stessa regione, verso l'interno, l'Aglianico dà il suo vino più importante nel Taurasi.


