Il Dolcetto d'Alba è il rosso di tutti i giorni delle Langhe. Nasce sulle colline attorno ad Alba, in provincia di Cuneo, con un piccolo lembo in provincia di Asti: la zona comprende per intero comuni come Alba, Barolo, Castiglione Falletto, Monforte d'Alba, Serralunga d'Alba, Treiso e Grinzane Cavour, e in parte Barbaresco, Neive, La Morra e Verduno. Sono gli stessi paesi del Barolo e del Barbaresco: qui il Dolcetto occupa spesso le esposizioni più fresche, lasciando quelle migliori al Nebbiolo.
Numeri e regole
La DOC è stata riconosciuta nel 1974. I vigneti coprono circa 677 ettari, per una produzione di 39.000 ettolitri. Il disciplinare chiede Dolcetto al 100%, nelle versioni Rosso e Superiore. La gradazione minima è dell'11,5%. Il Superiore affina almeno un anno e non esce prima del primo novembre dell'anno successivo alla vendemmia.
Un nome, due ipotesi
Il nome del Dolcetto viene forse dalla dolcezza dell'uva matura, buona anche da mangiare; secondo un'altra ipotesi dal termine piemontese «dosset», una collina non troppo alta. Il vino, invece, non è dolce: è secco, morbido, con poca acidità e un tannino presente ma gentile.
Nel bicchiere è rosso rubino con riflessi violacei, con profumi di ciliegia, mora, prugna e una caratteristica nota di mandorla amara nel finale. Si beve giovane, entro due o tre anni dalla vendemmia, quando il frutto è al massimo.
Il vino dei contadini
Per secoli il Dolcetto è stato uno dei protagonisti della vita contadina piemontese e uno dei principali oggetti di scambio con la Liguria, da cui si importavano olio, sale e acciughe: l'ingrediente principale della bagna caöda. Le notizie certe sul vitigno arrivano però solo dal XVIII secolo. A tavola è il vino di tutto il pasto: antipasti piemontesi, vitello tonnato, tajarin, risotti, carni bianche e formaggi freschi. Per una versione più strutturata dello stesso vitigno c'è il vicino Dogliani.


