Il Teroldego è il grande rosso del Trentino. Nasce e dà il meglio nel Campo Rotaliano, la piana triangolare che il Noce ha formato là dove sbocca nella valle dell'Adige, fra Mezzolombardo, Mezzocorona e San Michele all'Adige, una ventina di chilometri a nord di Trento. È un caso raro in Italia: un rosso di qualità che cresce in pianura e non in collina.
Il nome
Il vitigno è legato alla piana da secoli, e non se ne conosce un'altra zona d'origine. Sul nome circolano tre ipotesi. La più semplice lo lega a «Le Teroldeghe», una località citata in documenti antichi al centro del Campo Rotaliano, fra Mezzocorona e Mezzolombardo. La più popolare lo fa derivare dal tedesco Tiroler Gold, «oro del Tirolo»: una spiegazione suggestiva più che documentata. Una terza, meno accreditata, lo collega a un'uva «Teroldola» nominata in un documento dell'epoca del Concilio di Trento.
Una famiglia importante
Uno studio genetico pubblicato nel 2006 ha mostrato che il Teroldego è uno dei genitori del Lagrein, il rosso dell'Alto Adige, e del Marzemino, il rosso della Vallagarina. Lo stesso studio lo lega con una parentela stretta alla Dureza, un'antica uva dell'Ardèche che è uno dei genitori del Syrah. Il Teroldego è insomma un parente del Syrah, e l'aria di famiglia si sente: colore fitto, frutto scuro, una nota speziata.
In vigna
Il Campo Rotaliano ha suoli alluvionali di ghiaia, sabbia e ciottoli portati dal Noce: drenano bene e si scaldano in fretta. Le pareti di roccia che chiudono la piana la riparano dai venti freddi, e le escursioni fra il giorno e la notte conservano freschezza e profumi. Il Teroldego è vigoroso e generoso: se non lo si frena dà grappoli abbondanti e vini diluiti. Per tradizione si alleva a pergola trentina, oggi affiancata dalla spalliera, che permette rese più basse. Dagli anni Ottanta la selezione delle viti più vecchie, avviata da Elisabetta Foradori a Mezzolombardo, ha mostrato quanto il vitigno possa dare con rese contenute.
Nel bicchiere
Il Teroldego dà vini di colore rubino intenso con riflessi violacei, che con gli anni volgono al granato. Al naso ricorda la viola, il lampone, la mora e il mirtillo, poi le spezie e, nelle versioni più evolute, il catrame e la liquirizia. In bocca ha buona acidità e tannini presenti ma non aggressivi, con un finale leggermente amarognolo, di mandorla. Le versioni giovani si bevono fruttate e fresche di cantina; le Riserve affinate in legno reggono bene dieci anni e più. Il rosato, che in Trentino si chiama anche Kretzer, è più leggero e profuma di ciliegia.
Dove si produce
La denominazione di riferimento è il Teroldego Rotaliano DOC, riconosciuto nel 1971 e riservato alla piana: si fa con solo Teroldego, in versione rosso, rosato, Superiore e Riserva. Il vitigno entra anche nella DOC Trentino, nel Casteller e nel Valdadige, e molti produttori lo imbottigliano come IGT Vigneti delle Dolomiti. Fuori dal Trentino se ne trovano piccole superfici in California e in Australia, ma il suo nome resta legato alla piana rotaliana.
A tavola
Il Teroldego chiama la cucina di montagna: la carne salada trentina, la lucanica, la polenta con i funghi o con lo spezzatino, il capriolo e il cervo in salmì, lo stinco di maiale al forno. Fra i formaggi sceglie quelli di malga stagionati, come il Puzzone di Moena o il Trentingrana. Il rosato accompagna i salumi, i canederli in brodo e le trote di torrente.
