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09 Gen 2019

Così come sono stato coinvolto nel lancio del saggio “Gli eroi bevono vino”, alla stessa maniera ho dato una mano alla presentazione di un altro libro, il romanzo “Il casale dei sogli perduti” di Lisetta Renzi. L’evento si è tenuto a Roma presso la libreria Tlon.

Il romanzo, ambientato prevalentemente in Toscana (in Val d’Orcia, provincia di Siena), racconta le vicende legate ad una giovane donna italo-inglese, Isabel, inglese di nascita ma italiana da parte del padre. Isabel, profondamente legata alla terra paterna, ricca di storia e cultura ma anche generosa per i vini che vi si producono, riceve in eredità dalla prozia Ada il casale in Val d’Orcia dove ha trascorso le estati della sua infanzia e della sua giovinezza. L’amata zia Ada le ha fatto scoprire l’estetica e l’architettura, oltre ad averle trasmesso i valori della bellezza e della libertà nel seguire le proprie passioni.

Ciò nonostante, a trent’anni Isabel conduce un’esistenza molto diversa da quella che aveva sognato da bambina: lavora come controller in una prestigiosa banca d’affari inglese, ha una relazione sentimentale con un manager di successo e vive in un lussuoso loft a Londra, razionale e particolarmente ordinato come d’alta parte è tutta la sua vita. Tuttavia, quando la prozia muore, Isabel è obbligata a fare i conti con un doloroso passato che ha pesantemente condizionato tutte le sue scelte. Tornata nella vecchia dimora dove aveva trascorso le estati toscane, ogni stanza, ogni oggetto, ogni profumo la mette nuovamente in contatto con la parte più autentica di sé, inducendola a ricercare i suoi vecchi sogni e la vera felicità che ormai credeva per sempre perduti.

E poi c’è il vino prodotto nella vigna della zia Ada, a base Sangiovese, altro protagonista del racconto. Vino che alla fine contribuisce a riconciliare Isabel con se stessa e ad unirla definitivamente alla sua terra d’origine. Il vino del romanzo è il Falco di Torrelupo, Sangiovese in purezza prodotto nella terra dei grandi Brunello di Montalcino o Chianti Classico, celeberrimi nel mondo. E la presentazione del libro non poteva che chiudersi con la degustazione di un Chianti Classico. Abbiamo scelto quello dell’azienda vinicola Castellare in Castellina.

Nel libro si narra della Val d’Orcia e di Montalcino. Castellina in Chianti, dove si trova l’azienda Castellare, si trova sempre in provincia di Siena ad una settantina di chilometri a nord rispetto a dove si svolge la storia del romanzo. Il Chianti Classico, si può produrre nei vigneti dedicati in soli 9 comuni della provincia di Siena e Firenze ed è una zona vitivinicola molto più ristretta rispetto al Chianti, il cui vigneto si estende in ben cinque province toscane.

Castellare di Castellina è di proprietà di Paolo Panerai, l’editore economico-finanziario molto noto che ha investito nel Chianti Classico negli anni ’70 del secolo scorso e ha contribuito in questo territorio al rinascimento del vino italiano unendo tradizione e innovazione. La tradizione nella cura delle vigne e dei terreni, puntando sugli appezzamenti più difficili ma al tempo stesso più vocati per la coltivazione della vite, scegliendo tra l’altro di produrre il Chianti Classico con soli vitigni autoctoni toscani. L’innovazione è stata perseguita in primo luogo mediante la realizzazione del primo vigneto sperimentale del Chianti in collaborazione con l’Università di Milano, guidata dal Professor Attilio Scienza, e con l’Università di Firenze, per attuare la prima selezione scientifica dei cloni del Sangiovese. Altra novità è stata l’introduzione dell’uso della barrique.

Questo Chianti Classico, millesimo 2017, è realizzato per il 90% con uve Sangiovese con un saldo di Canaiolo, altro vitigno autoctono toscano. Il vigneto si trova a 350-400 m sul livello del mare su suolo calcareo e condotto a guyot, con densità d’impianto di 3500 ceppi per ettaro. La vendemmia viene effettuata ad ottobre e la resa per ettaro è di 60 quintali. In cantina la vinificazione viene realizzata in vasche di acciaio termocontrollate dove avviene anche la fermentazione malolattica. Dopo la svinatura, il vino affina il legno – barrique e botti da 5 ettolitri – per sette mesi e dopo l’imbottigliamento sosta ancora per sette mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.

Vino di colore rubino carico, chiaro segno di gioventù. Con il tempo il colore virerà lentamente verso le tonalità più calde del granato. Roteando il calice si formano archetti fitti e spessi sulle sue pareti con goccia che scende lentamente, indice che il vino è strutturato e alcolico. Al naso percepiamo subito un profumo floreale di violetta, quindi fruttato: frutta rossa fresca, ciliegia, mora, frutti di bosco, sentori che evidenziano la gioventù del vino. Tra un po’ avvertiremo in maggior misura le note di confetture di questi frutti rossi. Dopo i fruttati emergono i sentori speziati come cannella, vaniglia, quindi una nota tostata di caffè, cuoio, e liquirizia nel finale. In bocca il vino è secco e caldo; proviamo una certa rugosità, segno di un grande tannino che soltanto il tempo renderà serico. Bella la freschezza che ci fa salivare. Chiude lungo su note balsamiche e di liquirizia, grande la coerenza tra naso e bocca.

Chianti Classico della tradizione, perfetto sugli arrosti ma anche duttile, da provare sui primi piatti con sughi e a tutto pasto.

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

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