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08 Feb 2016

“Il vino è l’interpretazione umana dell’uva.”

Come in un incontro tra amici, è l’ora dei saluti; ieri l’Italia ha salutato per l’ultima volta Giacomo Tachis, artefice del “Rinascimento” enologico made in Italy; ma a piangerlo non sarà solo il mondo del vino, ma un paese intero che deve tanto a chi ha contribuito alla rivalutazione di uno dei prodotti italiani per eccellenza.

"Per farsi un amico basta un bicchiere di vino, per conservarlo, non basta una botte."

Nacque in Piemonte, a Poirino, piccolo paese della provincia di Torino, nel 1933, da padre operaio e madre casalinga: genitori semplici che diedero la vita a lui ed al fratello Antonio Mario che si laureò prima in chimica e poi in fisica nucleare diventando uno scienziato di fama mondiale.

La formazione

Il giovane Giacomo, che era anch’egli divoratore di libri (e rimarrà tale per tutta la vita), si iscrisse all’Istituto Agrario di Alba, scelto perché tra i suoi parenti c’era il direttore generale della Martini e Rossi in Francia e da persona pratica pensò che la cosa potesse dargli più facilmente uno sbocco rapido nel mondo del lavoro, non sapeva ancora chi sarebbe diventato Giacomo Tachis!

Su quello che sarebbe divenuto influì molto Emile Peynaud, padre dell’enologia di Bordeaux, conosciuto grazie ad un folto scambio di lettere, grazie a lui imparò la gestione dei tannini e dei polifenoli impiegando barrique, l’importanza dei tagli sull’equilibrio di un vino, le conoscenze nel campo della microbiologia e l’affinamento in vetro; da persona intelligente ha saputo sempre arricchirsi e grazie a questo spirito approfondì le conoscenze sulla fermentazione malolattica, ovvero le ricerche del Prof. Ralph Kunkee.

Le prime esperienze lavorative

Il primo impiego fu in una distilleria, dove producevano i liquori Ballor, un’occasione per approfondire la sua passione per la chimica; passò poi alla Cantina Sociale del Piemonte, per poi andare a lavorare per la Alberti Tommaso, ad Imola.

Nel 1961 il Professor Giuseppe Dell’Olio, preside dell’Istituto dove aveva conseguito il diploma, fece il suo nome ad una importante realtà che cercava un enologo, si trattava della Ricasoli; ma Giacomo aveva in mano un’altra proposta:Antinori e fu così che nel 1961 cominciò la collaborazione che durò 32 anni e dalla quale (assieme ad uno scontro se vogliamo “politico”) nacquero vini come il Sassicaia, il Tignanello, il Solaia.

Piemonte e Toscana assieme, un sogno enologico!

Era un periodo di crisi economica, un periodo nel quale il fiasco di Chianti era un vino di scarsa reputazione, ed era il momento di cambiare rotta: Niccolò Antinori l’aveva capito e prima ingaggiò Tachis e poi introdusse lentamente in azienda il figlio Piero, neolaureato in economia, che avrebbe preso il suo posto gradualmente.

“Il vino non conoscerà mai crisi perché la gente lo beve e lo berrà sempre.”

 

La nascita dei "Supertuscans"

Gli Antinori volevano un vino innovativo, diverso e Tachis cercò la collaborazione di Ribereau-Goyon, che, tuttavia, declinò l’invito, e fu una fortuna!

L’intraprendente Giacomo infatti entrò in contatto con Peynaud che, fino ad allora, aveva conosciuto soltanto grazie allo scambio epistolare, e così cominciò la loro collaborazione fatta di viaggi continui.

La svolta arrivò nel 1968, anno nel quale gli Antinori presentarono Giacomo al cugino Marchese Mario Incisa della Rocchetta che, più che produttore di vino era un allevatore di cavalli da corsa, che volle diversificare l’attività… coincidenze, conoscenze, strette di mano: così nacque il Sassicaia, primo vino italiano in grado di competere con gli Chateaux dei nostri cugini francesi.

“I francesi sono stati i più furbi ma non sono mica imbattibili."

Antinori conservò l’esclusiva commerciale, e fu l’inizio di una storia di successo. Un vino che esprime e valorizza il territorio toscano, grazie ad un mix di uve internazionali Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, grazie al quale si affermò il territorio, allora sconosciuto, del Bolgheri.

Gli Antinori capirono allora che la strada percorsa era coraggiosa ma vincente ed affidarono a Tachis il progetto Tignanello: una miscela di Sagiovese e Cabernet; inizialmente ebbe molto successo all’estero, specie in America, ma non nel Belpaese, accusato di stravolgere la tradizione toscana.

Nel 1978, invece, Tachis ed Antinori diedero alla luce il Solaia, stesso uvaggio e sistemi di lavorazione simili, ma con mix opposto: 20% Sangiovese ed 80% Cabernet Sauvignon (oggi 75% Cabernet Sauvignon, 5% Cabernet Franc, 20% Sangiovese).

Novità, ostacoli, critiche: tutti ingredienti del successo! La Toscana non è più quella del Chianti fatto di mix di uve a bacca bianca e rossa, ora è la regione di Tachis, Antinori, Incisa della Rocchetta e dei Supertuscans!

L’interpretazione del territorio e la tradizione sono, secondo Tachis, armi a doppio taglio che può portare all’immobilismo, ma lui è abile nel addomesticarle e renderle strumenti al servizio dell’innovazione.

Altri progetti

Un altro "figlio" di Giacomo fu il Galestro, dal nome del terreno roccioso tipico della Toscana, nato per impiegare e valorizzare il Trebbiano e la Malvasia, presenti nei vigneti ma eliminati dalle “ricette” dei vini pensati da Tachis.

In Francia, nel 1975, approfondì la conoscenza del Beaujolais noveau ed, al suo ritorno, proposte agli Antinori una nuova sfida. Dopo il successo dei vini invecchiati, realizzare un prodotto esattamente opposto; il Novello, ecco il San Giocondo.

In questo scenario, direte, mancano le bollicine; beh in realtà mi spiace deludervi ma grazie a Tachis ed Antinori le cantine toscane cominciarono a produrre spumanti metodo classico!

Gli Antinori detenevano in esclusiva i suoi servigi, ma seppero tollerare la sua voglia di mettersi sempre alla prova consentendogli di lavorare con loro parenti o in esperienze che lui reputasse interessanti.

 

Il divorzio da Antinori ed i viaggi del "corsaro"

Nel 1992 lasciò Antinori e, nonostante gli piovessero addosso offerte importanti da Fontanafredda, Cinzano, Generali, preferì restare indipendente per poter lavorare da consulente esterno e viaggiare.

Mentre i suoi Supertuscans erano oramai solidamente nell’olimpo dei vini, lui cominciò a valorizzare la Sardegna, creando vini come il Terre Brune, da uve di Carignano e Bovaleddu tenute in barrique.

Un progetto interessante fu l’Agricola Punica, nata nel 2002, in collaborazione con Antonello Pilloni, Sebastiano Rosa, già manager della Tenuta San Guido ed il Marchese Incisa della Rocchetta. Il vino di punta di questa realtà sembra un sodalizio tra Toscana e Sardegna, tra passato (ma non troppo) ed il presente di allora: Barrua, blend di Cabernet e Carignano.

L’enologo corsaro”, come spesso amava definirsi, ha portato il terreno fertile della sua competenza ovunque sia stato, interpretando, grazie alla sua sensibilità, magistralmente ogni esperienza; anche in Sicilia dove collaborò con la Regione, con l’Istituto della Vite e del Vino, ma soprattutto con realtà come Duca di Salaparuta e Florio, ma anche con Diego Planeta, Leonardo Agueci, Vincenzo Melia ed Elio Marzullo.

Tra le sue trovate ad esempio la famosa vendemmia notturna di Donnafugata, mossa di marketing (disciplina che ha sempre criticato ma che in realtà è paradossalmente alle basi di molti dei suoi successi).

In Sicilia seppe tirar fuori un affascinante Pinot Nero sull’Etna, ma anche e soprattutto valorizzare i vitigni indigeni come Nero D’avola, Inzolia, Grillo, Caricante, Cataratto, Frappato. T

achis: in lungo ed in largo, a spasso per l’Italia e le nostre vigne.

In Trentino Alto Adige “dipinse” il San Leonardo: 60% Cabernet Sauvignon, 30% Cabernet Franc, 10% Merlot; fu poi la volta delle Marche e di Umani Ronchi (e del Pelago)… indomabile, come un fiume in piena che attraversa tutto il paese.

Grande conoscitore di chimica, storia e letteratura, qualcuno lo definisce un alchimista, secondo lui si limitava solo a “mescolare vini”.

The father of Italian wine” - Decanter.

Ritiratosi oramai dall’attività professionale nel 2010, è stato il padre dei Supertuscans, della selezione clonale, degli impianti ad alta densità, dell’abbassamento delle rese, della fermentazione malolattica, dell’invecchiamento in rovere piccolo… Un rivoluzionario, uno certamente degli artefici di quello che è oggi il mondo del vino italiano e non solo.

“Tirano fuori dalle tasche le formule chimiche, ma non è quello che fa il vino”.

Ha saputo trasmettere, prima di tutto ai colleghi, che l’enologo non è solo un chimico prestato al mondo del vino.

“Rispettiamo la natura e la semplicità del vino. Perciò niente chimica come viene fatta oggi e attenti alla genetica, perché la natura si ribella”.

Tachis è vino, è Italia, è Mediterraneo, è Piemonte, è Toscana ma anche Sardegna, Sicilia…

“In Italia basta voler produrre bene per ottenere risultati perché c’è sole, luce, i terreni sono esposti bene, si tratta di investire e lavorarci.”

Il suo testamento a mio avviso è racchiuso in questa citazione, paradossale per la vita che ha avuto, io la definisco “La livella del vino”:

“C’è il vino del povero e il vino del ricco: quello del povero è il ‘vinum operarium’ fatto semplicemente dal contadino, che nasce dal sentimento e che è più vicino alla natura. L’agricoltore serio vinifica come sente di fare e l’ispirazione gli proviene dalla campagna e dall’armonia raggiunta con essa; in questo modo il vino nasce dalla mano dell’uomo come la natura vuole che sia. Il vino del ricco, invece, si ha con tecniche sofisticate, viene ottenuto con travasi particolari, microfiltrazioni o anche balle tipo l’osmosi inversa e altre ancora. Punta su vitigni scelti, noti, sui più blasonati.”

 

Il saluto di qualche volto noto

Ci sono uomini cui tanti devono molto e Giacomo Tachis è uno di questi - ha detto il dg Veronafiere Giovanni Mantovani - uomo raro, intelligente, colto, umile, ironico, ha scritto le pagine fondamentali dell’enologia e della vitivinicoltura italiana moderne. Il racconto di ciò che ha creato lo faranno quei produttori che hanno avuto l’intuizione, il privilegio e l’onore di lavorare al suo fianco. Giacomo Tachis ha rappresentato il rinascimento dei vini italiani e resterà per sempre nella Storia dell’enologia italiana e nei cuori di quanti lo hanno conosciuto”.

"Con la scomparsa di Giacomo Tachis – ha detto il ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina – il mondo del vino perde uno dei suoi più importanti maestri. Protagonista indiscusso del rinascimento del vino italiano, ha saputo reinterpretare il ruolo stesso dell’enologo. Un uomo di grandissima cultura che ha fatto della qualità una pratica quotidiana, diventando un punto di riferimento per le nuove generazioni di enologi. Se oggi il vino italiano è riuscito a raggiungere certi traguardi – ha concluso il ministro – è anche per merito di uomini come Giacomo Tachis e Luigi Veronelli che, in anni duri, hanno saputo accompagnare il rilancio di questo settore. Dobbiamo fare in modo che la loro eredità possa essere uno stimolo a fare sempre meglio".

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Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici.

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