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29 Mag 2015

D.O.C.G. Brut. Ruggeri, Valdobbiadene. Mai bevuto un prosecco “antico”?

Sono sdraiato in giardino. Davanti a me, su un vecchio tavolo in ghisa che sa di rococò, le “Odi Elementari” di Neruda, in un'edizione desueta che pare ancor più emaciata del mobiletto che le ospita, in questo tardo pomeriggio lungi dall'essere avvolto di calore estivo. 

Fra i rami d'un castagno, ch'era li ancor prima che nascessi, indovino a stento ciò che da qui mi convinco sia una flebile controprova d'un pensiero del cielo che potrebbe rivelarsi dichiarazione d'amore. Un confessarsi garbato che ha paura di farsi scoprire e che in docili colpi di luce si rivela.

E quei pochi raggi illuminano il testo d'una pagina che in passato ho più volte segnato... Ma non ho bisogno di leggere. A memoria ne ripasso i contorni, ridisegno le sagome d'ogni lettera che prende forma, ora e per sempre nella mente: «Vino color del giorno, vino color della notte, vino con piedi di porpora o sangue di topazio, vino, stellato figlio della terra...».

Accanto al libro, una bottiglia dall'aspetto old fashion, che riporta in etichetta la sintesi di un ragionamento complesso: un ramo che sembra affastellato a quelli degl'alberi vicini a me, che quasi lo toccano; un ramo che si estende, senza fine, oltre l'orizzonte, a richiamare il “Susino in fiore e luna” di Hokusai.

Verso. Una goccia distratta macchia una delle pagine. Ne sono lieto. È prova e reminiscenza del mio odierno passaggio. Un timbro lasciato a ricordare l'attimo. 
Ho desiderio di bere romantico... Sparuti chicchi di melograno, una manciata può bastare, immersi fra le bollicine. L’effetto delizia lo sguardo.

Penso al vino e penso alle donne. Un bacio al bicchiere, privo di maschere, in verità un bacio a Lei. Una lei qualunque, dei lustri che furono e insieme degli anni a venire, in un gesto che vuole essere riverenza di corte, un po' dandy, un po' finto cicisbeo.

Colore paglierino brillante, con un perlage esile, non evanescente. Prosecco Brut, intenso e odoroso. E se annusi, è come se intonasse al tuo orecchio una filastrocca con note dall'aroma fruttato, con una delicatezza che ti spiazza. Tenue, un abbozzo d'albore lunare, con riflessi che sono scintille nella penombra di questa serata che serba meraviglie.

Lo bevo e a cosa penso? Cosa sento? Sento mela verde e pere e agrumi. E già, sentori maturi di pomi duettano con pungoli di ginestra e aromi di salvia, sinuosa sfumatura erbacea. E' fresco. E ha il giallo dei campi di grano, del fieno e delle siepi d'autunno. Crosta di pane appena sfornato, biscotti che rosolano su un forno a legna tra bombato e panciuto. Netto, elegante, e sì, di buon corpo e morbido, sì morbido e piacevole, piacevole in bocca, ma anche equilibrato, ma anche persistente; vigoroso in tutta la sua complessità, in tutta la pienezza che è consapevole di darti.

Il finale è armonia! Lungo e minerale, nel retrogusto di durata, all'assaggio piccante, ma mai sfacciato. Sorprende l'olfatto perché non esplode all'improvviso ma ti ghermisce piano, sembiante d'una odalisca che s'avvicina a te leggiadra. E tu, cosa t'aspetti se non una schermaglia di passione nel caravanserraglio?

Il “Vecchie Viti” nasce non da unico vigneto, né da unico vitigno. Piante singole, uve di Glera, con saldo di Verdiso, Bianchetta e Perera, annessi in piccole dosi a centellinarne il gusto. L’uvaggio trae la propria l'indole da una selezione sporadica, rara, fatta di vecchie viti, e dico vecchie per intenderle antiche e sontuose e perché no, superbe. Rese regali dal gioco delle decadi e dall'alternarsi delle stagioni, con un'età che sfiora e forse supera il secolo. Nella vinificazione c'è un rimando generazionale che non deve passare inosservato: un rapido contatto del mosto con le bucce. È un guardare ai propri padri, al metodo originario con cui sulle colline di Valdobbiadene venivan trasfigurate in nettare le uve bianche. Produzione limitata, sole 5.000 bottiglie nello scorrere talora fin troppo lento dei 12 mesi.

Viti vecchie, contorte e spesse, a legarsi tra loro, a ricalcare braccia serrate in un atto di forza o in cerca d'un pretesto per star giunte, disegnano forme stravaganti, tra le più strane; longeve bizzarrie, Titani che si scontrano e lottano. Mi delizia credere che si sostengano in un abbraccio che protende al definirsi eterno. Io ci credo fossero amanti.
Uve esigue dagli acini piccoli e dal grappolo rado, spargolo; nel dialetto locale “coronele”, in una poetica visione che le accomuna alla Corona del Rosario, fra sacro e profano e viceversa. Pagana preghiera al dio Bacco. Lo avrei ribattezzato “Sogno di una notte di mezza estate”, perché in estate vorrò cedere e rifarlo mio, in veranda o sul mare, indispensabile il tramonto.

Vino spumante brut-style che sfida l'immaginario collettivo del PROSECCO, l'idea popolare che ce ne siam fatti, concetto e preconcetto. Un Prosecco fuori dalla norma, quasi fuori dalle “norme”, atipico, indisciplinato. Espressione originale. Lascia addosso una sensazione di leggerezza, nel corpo e nello spirito. Quel senso di purificazione mentale che ben pochi vini sanno dispensare, e ci riesce all'istante, sprovvisto d'attesa. A tratti forse, un po' sfugge, perdendosi quel briciolo nella chiusura, ma gliene chiedo venia, perdonabile quanto lieve distrazione al palato.

Racchiude l'essenza di un vino che in teoria non avremmo mai potuto bere. La bellezza sta nel fatto che ancor ci sono questi tralci, in genere ahimè non si lasciano morire di vecchiaia. Il ciclo delle esistenze, oltre una certa età, esige, pretende, di sacrificarli. Un museo della vita che è stata e che sarà, a poterla rivivere in ogni goccia. Un andare indietro, rasente la rimembranza. Indietro di ieri in ieri, nei nascondigli del passato che sembra non essere passato mai. Solo che qui, ecco cosa cambia, il tempo verrà fermato nella breve o lunga, lunghissima giunzione di momenti che ognuno di noi impiegherà per ammansire l'arsura materiale o incorporea che alberga nel profondo delle coscienze.

Le vetuste viti dovrebbero saper di ruvido, invece è come se si rinnovassero. Incontro inalando l'albero di noci che fa da barbacane al castagno, e poi il pesco, e poi le mandorle. Uno Charmat emancipato, mai scostante, che civetta col méthode champenoise, senza strafare. Vin mousseux non abboccato, dalla bolla sottile. E' l'Altamarca come piace a me!

Tre Bicchieri”, Top Ranking, della Guida Gambero Rosso 2015. Nobile anche nel Prezzo: 12 euro o qualche soldo in più. Cantina Ruggeri. Una cantina storica, uno dei feudi antichi dell'intera Valdobbiadene. Uno dei Regni del Prosecco.

La Proposta Indecente... A quest'ora, ove il tramonto cala e scende, stremato e rubicondo, lo accompagnerei tal beveraggio a una pietanza dall'esotico piglio. «Di vero tu cenerai con esso meco».

Risotto alla Primavera con “Erba di Sileno” detta del cucco o della comare, quella che da bambini si scoppiava fra le dita. E' una pianticella selvatica, rustica, che si può racimolare nei prati vicino casa; da preferire le punte più verdi e tenere, le gemme annunciazione della fioritura. Cresce spontanea, perenne e glabra, e le sue infiorescenze, delle anfore rigonfie, restano aperte notte e dì, con un odore che rammenta quello dell'Eugenia aromatica.

Farei una mistura con aggiunta d'un mazzetto variopinto: ortica, finocchiella, salvia prataiola, “Buon Enrico”, una specie di spinacio ribelle, germogli di luppolo e foglie e fiori d'aglio orsino. Con i chiodi di garofano, possiamo insaporire l'acqua di cottura per esaltarne la percezione ed emulare la Silene nella fragranza.

Giusto. Dov'è l'indecenza? Al posto di uno nostrano, non me ne vogliate, vorrei un riso a grana lunga, con il chicco affusolato, quello che proviene dai pendii più scoscesi dell'Himalaya o quello delle terre pianeggianti appena ai suoi piedi o la bella Jasmine della tradizione Thai, ribattezzata “la profumata” e sarà facile scoprirne il perché. E lo farei alla maniera turca, con ricetta alla Pilaf, ad avvicinare il Medio Oriente e persino quello ancor più lontano e come vezzo magari un intingolo alla paprika mista curry e spezie su spezie, tutte quello che trovate nella dispensa, e saké da cucina.

Abbisogna d'un nome altisonante... “Riso Basmati di Dehradun o Jasmine alla Pilaf, con virgulti d'erba Silena, intriso d'aromi non amari di campo e di montagna, in un bagno di garofano e Ryorishu”. Offerto agli Dei o agli ospiti.

M'accorgo d'un sobbalzo nella clessidra della vita, l'orologio freme nella tasca e m'avvisa, poco gentile, che per oggi basta la sospensione del tempo. E' tardi, è già tardi. L'aria mi porta, traverso il cortile, un sapore di magnolia e d'erba cipollina, in un contrasto che s'ammanta di dolce e di presa in giro della dolcezza. È uno schernire spoglio di cattiveria, che nasconde in sé un pizzico di nostalgia. Un chieder licenza al giorno. Un arrivederci sì stanco, ma ancor pieno delle gioie che spera di cogliere all'indomani, nel sorgere del nuovo sole.

Mi concedo quel sorso ch'ancor rimane, ultimo e prono, a impelagare in un calice di stelle il rimasuglio di pensieri che mi trattiene sveglio. Come bere, per preservare in sé, in un colpo solo quelle luci dall'alto, che sembrano immerse nel bicchiere, assieme a quei sogni che ancora non hanno voglia di dormire.

Un soffio di vento. La candela si spegne. «Siamo tutti mortali fino al primo bacio e al secondo bicchiere di vino». Un balzo e sono in Uruguay con Galeano, scrittore e poeta, che a voce mi legge questa melodia in parole, che considero fra le sue più belle.

E' alla frase che sto pensando, ho timore si disperda, e come non dare il ben servito al mio sproloquio di chiosa sussurrando fra me e me, in una cantilena storpia ma ebbra di afflati, il rigo di congedo dell'Ode di Neruda... «Che la brocca di vino al bacio dell'amore aggiunga il suo bacio».

Ultima intemperanza alla ragione, prima di prender commiato e lasciarmi avvolgere dalla notte che arriva... A quando un vino chiamato “Isabella”?

Mark Basilico

A me piace raccontare storie. E ce n’è una di storia le cui origini si perdono in un lontano, lontanissimo ricordo, all’uomo innato, quando il nettare della vite, l’estrarlo, era un’arte sacra e chi la coltivava un Dio.

Uva, frutto proibito. Proibito non dal peccato, ma dal desiderio di centellinare attimi e gocce che a volte non tornano. Una magia legata talora a un solo bicchiere, unico e irripetibile, che poi ricercheremo nei prossimi a venire. Il suo consumo ad alcuni, negato in terra, viene concesso solo in cielo, come a preservarlo, casto e dono sommo. Incorruttibile dagl’ardori umani.

Il vino è emozione, fin troppo facile a dirsi, ma quest’emozione non è mai doma, si rinnova e si ripete. È sempre diverso il coinvolgimento, cambia in ognuno di noi. Mille sapori nella stessa bottiglia, differente di giorno in giorno. Il vino vive e muore, e assaggiato oggi non sarò lo stesso di domani. A volte non arriviamo in tempo o sbagliamo l’anno. In verità è l’attimo, il contorno, chi ci circonda o il nostro esser soli in quel momento, a renderlo ancor più buono.

Il simbolo del Caduceo lo vedo fatto con un ramo di vite che s’attorciglia al posto del serpente. L’elica del tralcio che sale verso l’alto e s’avvinghia, DNA della Terra.
Nel raccontare il vino non ci si può esimere dal lasciare almeno una lieve traccia di quest’emozione nell’animo di chi legge. 

«Si crean ricordi. Un bicchiere alla volta».

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Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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