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06 Set 2014

E' un I.G.T. Emilia, allevato a Guyot semplice, un Rosso dei Colli di Parma “musicato” in quel d'Ozzano Taro.

Il nome è la prima cosa che attira l'attenzione. Altisonante. Greve. Altero. Incute quasi timore nella voglia d'arrivare a quel sorso capace di svelarne ogni segreto facendoti impelagare spazientito nell'inconsistenza dei tuoi pensieri. NABUCCO. Un nome difficile da portare, ebbro d'enfasi, che potrebbe mal custodire l'incombere d'una figuraccia, proprio li, dietro l'angolo.

L'etichetta me la son guardata a casa, giorni e giorni dopo, con calma, indagandola da ogni lato. Vien da dire “anima nera su cuore bianco”, nell'eterno dilemma fra Bene e Male, singolar tenzone fra gli opposti che si attraggono, ma sarebbe come indagare un confine fumoso la cui soluzione potrei intravederla solo dopo alcuni bicchieri stracolmi e una scorta abbondante di cachet.

L'incontro-scontro, qui, in questo Nabucco, è fra due nobiltà, Barbera e Merlot. Si trovano e si amano, dapprima un po' timidi, poi senza freni inibitori. E' la femmina a corteggiare (e sì, la Barbera è donna e il dibattito m'intriga; ahimè, il disquisir sul sesso dei vini è come dissertare, né più né meno, su quello degli angeli). 70% di “Dama Barbera”, 30% di “Messere Merlot”. Si assaggia l'equilibrio fra le parti. Incontro romantico o baccanale? Il dubbio rimane e cosi sia. Ognuno vi ritroverà il proprio desiderio.

Raccolta a mano con selezione dei grappoli, la scelta che rivela l'ambizione di spremere il meglio da ogni acino. Fermentazione lenta, flemmatica. 40 giorni con macerazione sulle bucce, per far incetta d'estratti. Cullato 12 mesi in carati di rovere di Allier, dipartimento francese tra la vallata segnata dalla Loira e gli spuntoni non più aguzzi del Massif Central, per digrossare i tannini, per far sì che possano entrare in intimità fra loro e dar così un tocco gentile al vino. Imbottigliamento senza filtrazione e affinamento annuale, una volta racchiuso nel suo cappotto di vetro.

Facciamo le cose per bene, torniamo indietro. La macchina del tempo per questo viaggio sarà la nostra memoria.

REWIND.

Sono al “Parma Taste of Future”, Media RoomSQcuola di Blog” (scritto proprio così, con la “scu” stramba), un evento enogastronomico che mette in mostra (e nel panciotto) le eccellenze di un territorio, la tradizione che vive nell'oggi.

Mi perdo nella piacevole frivolezza di alcuni bianchi e d'uno Champagne Rosé, ch'ancor trasuda ghiaccio e Belle Époque. Non sono appagato. Manca, manca ancora un colpo al cuore, un rosso d'altri tempi, un rosso vero. Ed eccolo di fronte a me. L'avevo già adocchiato passandoci più volte accanto serbando propizia occasione. Il colore è scuro, intenso, quasi impenetrabile. Aspetta d'esser portato, per un attimo solo, alla luce della finestra, a mostrare la sua tinta, la cromia che indossa. Rosso rubino vivido e carico. Purpureo riflesso. Plumbea accondiscendenza. E fra un'occhiata e l'altra fa scorgere in sé un baluginare violaceo, riverbero di seta e voluttà.

Un qualcosa di denso ghermisce il palato, incontro fra la dolcezza delle parole di chi mi sta accanto e l'aria che da fuori m'invade. Calda s'insinua nel discorso, fra frasi dette e non dette e pensieri che rimangono celati in noi. I flutti rossi mi bagnano le labbra come accarezzandole, quasi un bacio. Sospiro. Voglio parlarne col senno del poi. Non adesso, non ora.

Siamo in un vecchio palazzo del centro, imbandito a festa per accogliere e offrir riparo a chi sa cosa cercare. In mostra cantine che fanno parte, eccezion fatta per gli ospiti francesi, del... la dico tutta d'un fiato... “Consorzio per la tutela dei vini dei Colli di Parma”.

E la freschezza si trova nel vino, nei gesti, nel guardarci attorno. Sul momento prevale il gusto leggero e frizzante di qualche calice di Malvasia che fredda da sollievo alla calura estiva annebbiando non solo la mente ma anche il giudizio. Peccato che il Nabucco sia a temperatura ambiente (nella maggior parte dei casi andrebbe bene, non oggi) e queste seppur antiche mura non giovano a conservarne il gusto, incapaci di stemprarne l'eccessivo surriscaldamento.

Dovrei seguire una linea logica. “Regola Numero Uno” dal Manuale del perfetto degustatore (o giù di lì): non farsi influenzare da fattori esterni. Unico problema: quando i “fattori esterni” sono persone, non è mica facile... Al diavolo! Non riesco a scindere questi aspetti... Stridono con il senso che porta in sé lo scambio d'emozione di un brindisi.

Culatello di Zibello, Coppa di Parma, Salame Felino, non male come accompagnamento. Ho avuto modo, in queste stanze, di saggiare ogni sorta di capriccio del gusto, ma mi son già perso... Stavo rimuginando sul salmone affumicato assaggiato poc'anzi, servito in piccole barchette di legno sottile; quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarlo con un bel Frappato, uno di quelli che so io (ma questa è un'altra storia).

Annusiamo va...

Accattivante! Con ampie sensazioni. Che dire, intenso e potente, su note di frutta rossa, scura, scurissima, matura forse ancor più. Sottobosco, polpa e marmellata. Viole e liquirizia e spezie, tante spezie. Chiodi di garofano e pepe nero, un sussurro lontano di zenzero, e qualcosa d'un po' vago, come il sentore d'incenso. E cannella e bacche di ginepro e spruzzi, pizzicotti, che sanno di cacao amaro si fondono e si confondono con quelli del caffè e del tabacco (caspita, ma quante robe ci sento qui dentro, avrò mica esagerato con gli effluvi dell'alcol? E che diamine! Il vino non si assaggia, si beve).

Cadenzata e lenta, limpida lacrimazione. Archetti indocili che s'infittiscono come le trame d'un damascato. Giovanile al sorso, vibrante, al palato è un vino caparbio, dall'aroma persistente, di una persistenza buona. Grande personalità, ricca estrazione. Tannini morbidi, ancor imberbi, quasi gocce di raso. Struttura avvolgente, equilibrata. Finale lungo ed elegante, strascico di morbidezza e rotondità che evadono quando meno te lo aspetti, con il Merlot che spegne ravvivando l'impeto della Barbera che infine, stremata dall'amplesso, a noi si concede.

Prezzo: sotto i 20 Euro o talvolta pochi in più. Temperatura di servizio: 16-18° C.

Il Nabucco lo voglio fresco, dico fresco non freddo. Rinfrescato. A render bene l'idea. Un brindisi al sole lo porterà ben presto a carburare, ma i primi sorsi saranno spensierata evasione. Prima di berlo, giusto un quarto d'ora in frigo.

Riserve sul giudizio? Potrebbero esserci. Prometto di riassaporarlo appena possibile, sgombro da distrazioni.

RESET.

Sono passati alcuni giorni. La memoria mi costringe indietro nel tempo. A quell'ora, a quell'istante. Lucido adesso? Non saprei. Non ha importanza d'altronde.

Si fanno ricordi con questo vino, preziosi e rari. E incroci gli sguardi, come allora, anche se solo nella mente. E rivedi i volti di chi con te ha libato... «O membranza sì cara». E quando senti nominar “Nabucco”, pensi più al vino ormai e non all'opera di Verdi. Di nascosto una bottiglia, da portare a teatro. Due calici. Cin Cin. E la Traviata. Vorrei dir Bohème, ma par ardito un siffatto accostamento.

NABUCCO. Ode all'ego di Verdi o di chi ne fa le veci?
Il vino di Monte delle Vigne rende tutto il carattere d'un esercito alle porte della città, or giunto, che costringe alla resa. E che sia assedio! Sì all'esser ostaggi. Ogni stilla una nota strappata allo spartito verdiano, musicalità al palato.

Abbinamento? Ideale con carni rosse, stracotti e arrosti, ma non ci interessano escamotage banali. Vorrei qualcosa di più raffinato, un'inconsueta distrazione, con l'eleganza d'un Teatro Regio. Hmm. I funghi porcini me li conservo per l'inverno. Parmigiano Reggiano? Perfetto! Però lo boccio... Scontato!

Penso a una cucina di corte, dei tempi antichi, sotto le mura d'un castello o d'un maniero un po' decadente e stinto. Cozzare d'armi e d'armature, lo strusciare leggiadro d'un velo da cortigiana e un bel boccale stracolmo, in legno o pietra ollare. Torce accese, in sottofondo un'arpa o qualche monaco che gaudente (e alticcio) se la ride e se la canta, e una tavolata disposta a cerchio da potercisi guardare, con in mezzo sul vassoio un cinghiale di Erimanto o Calidone.

La Proposta Indecente. A tarda sera, quando il vento soffia e spira in vena di coccole, all'aperto a veder il cielo... da soli o in compagnia... Spaghetti grezzi su crema di pecorino e pepe nero, e pane croccante impreziosito con erbe aromatiche appena colte, da frantumare sulla pasta.

Nell'intingolo ho aggiunto un Rosmarino reso mansueto dagli sbuffi del mare, frangia d'un folto arbusto sagomato dai bronci e dai capricci della notte, in balia delle onde che delle onde si nutre. Spuntava dalla sabbia a pochissimi passi dall'acqua, a mo' di sonaglio taciturno, dissolvenza d'un verde chiaro e storia della notte che insegue il giorno e solo per pochi istanti può incontrarlo. Storie d'infatuazione che accadono nel minuscolo punto di sutura fra la riva e le stelle.

La sua fragranza m'investe di nostalgia per un pieno di luna che sta per volgere al termine. E ciò che rimane è un pensiero dall'anima fragile e cortese che, inebriante, m'allieta i sensi. Inalo e assaporo il profumo pieno dell’estate e la sostanza del Nabucco.

Anima Nera Senza Pudore... Nell'eleganza d'un sorseggio che diventa Sinfonia. 

Mark Basilico

A me piace raccontare storie. E ce n’è una di storia le cui origini si perdono in un lontano, lontanissimo ricordo, all’uomo innato, quando il nettare della vite, l’estrarlo, era un’arte sacra e chi la coltivava un Dio.

Uva, frutto proibito. Proibito non dal peccato, ma dal desiderio di centellinare attimi e gocce che a volte non tornano. Una magia legata talora a un solo bicchiere, unico e irripetibile, che poi ricercheremo nei prossimi a venire. Il suo consumo ad alcuni, negato in terra, viene concesso solo in cielo, come a preservarlo, casto e dono sommo. Incorruttibile dagl’ardori umani.

Il vino è emozione, fin troppo facile a dirsi, ma quest’emozione non è mai doma, si rinnova e si ripete. È sempre diverso il coinvolgimento, cambia in ognuno di noi. Mille sapori nella stessa bottiglia, differente di giorno in giorno. Il vino vive e muore, e assaggiato oggi non sarò lo stesso di domani. A volte non arriviamo in tempo o sbagliamo l’anno. In verità è l’attimo, il contorno, chi ci circonda o il nostro esser soli in quel momento, a renderlo ancor più buono.

Il simbolo del Caduceo lo vedo fatto con un ramo di vite che s’attorciglia al posto del serpente. L’elica del tralcio che sale verso l’alto e s’avvinghia, DNA della Terra.
Nel raccontare il vino non ci si può esimere dal lasciare almeno una lieve traccia di quest’emozione nell’animo di chi legge. 

«Si crean ricordi. Un bicchiere alla volta».

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Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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