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07 Dic 2015

Mater Matuta è un’antica divinità italica, dea dell’Aurora, protettrice della procreazione e della fertilità. La venerazione di questa divinità era una pratica comune nell’Italia centrale tanto che le fu dedicato un tempio dell’antica città di Satricum, presso Le Ferriere vicino a Nettuno, a circa 50 km a sud da Roma. Nella seconda metà del secolo scorso, Dino Santarelli che era affascinato dall’Agro Pontino, fonda l’azienda vinicola Casale del Giglio, proprio alle Ferriere e non lontano da Satricum.

Questo territorio rappresentava, rispetto ad altre zone del Lazio e d’Italia, un ambiente vergine dal punto di vista vitivinicolo, da esplorare e dove eventualmente poter sperimentare. Un territorio che prima delle bonifiche di quasi un secolo fa era una distesa di acquitrini e paludi L’assenza di un passato enologico della zona diviene così lo stimolo determinante verso l’innovazione della nascente azienda vinicola. Nel 1985 si diede così vita al progetto di ricerca e sviluppo Casale del Giglio, autorizzato dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio. Tramite questa sperimentazione si raggiungeranno importanti risultati, tra cui la messa a dimora sui terreni dell’azienda di una sessantina di diversi vitigni sperimentali.

I modelli di coltivazione viticola ai quali si sono ispirate queste ricerche, sono quelli praticati a Bordeaux, in Australia ed in California, dove i vigneti sono particolarmente esposti all’influenza del mare. Proprio come l’Agro Pontino che beneficia dell’influenza del Mar Tirreno. Secondo la filosofia di Casale del Giglio, lo sviluppo futuro della vitivinicoltura non risiede solamente nel consolidamento dell’immagine di alcune zone dalla grande tradizione. Ma anche nel raggiungimento, attraverso opportune scelte viticole ed enologiche, di produzioni di alto livello in territori ancora poco conosciuti dal punto di vista del loro potenziale qualitativo, viticolo ed enologico.

I primi importanti risultati di queste ricerche sono stati convalidati dalla Comunità Europea con l’autorizzazione alla coltivazione in provincia di Latina, a partire dal 1990, di nuovi vitigni raccomandati come il Cabernet Sauvignon, lo Chardonnay, il Petit Verdot, il Sauvignon, il Syrah, e successivamente di altri. Ad oggi Casale del Giglio ha provveduto a riconvertire a filare tutti i suoi 160 ettari di vigneto e ad introdurre nuove varietà caratterizzate dall’alto grado di interazione qualitativa con il suo territorio.

Le uve rosse Syrah e Petit Verdot in piccola parte, introdotte grazie alla sperimentazione, concorrono all’uvaggio del Mater Matuta, il vino di cui parleremo oggi e che prende il nome dall’antica divinità della zona. Vino che rappresenta ormai uno dei vini rossi laziali di maggiore prestigio, in cui Syrah e Petit Verdot trovano una tale armonia che stimola al naso e al palato bellissime sensazioni.

Le uve di entrambe le varietà vengono raccolte in ottimo stato di maturazione, talvolta con un leggero appassimento per il Syrah. La vinificazione del Syrah avviene tramite fermentazione con lieviti indigeni mediante la tecnica del cappello sommerso per un periodo di 18–20 giorni, durante i quali vengono condotti periodici delestage, principalmente nelle fasi iniziali. In tal modo il Syrah apporta al Mater Matuta complessità e carattere. Il Petit Verdot viene invece vinificato mediante l’uso di follatori che consentono la massima estrazione dei tannini e delle altre sostanze polifenoliche. Viene così prodotto un Petit Verdot di grande struttura che ben si presta a lunghi invecchiamenti.

Dopo un’attenta svinatura, dove la movimentazione delle vinacce avviene solo per gravità, i vini vengono posti in modo separato in barrique nuove per 22–24 mesi. Quindi vengono assemblati e segue un ulteriore affinamento di ulteriori 10–12 mesi in bottiglia.

Passiamo ora alla degustazione del vino.

Il colore è rubino impenetrabile, lievemente granato sull’unghia, segno di una terziarizzazione ancora in fase iniziale. Molto denso, forma delle lacrime spesse che faticano a scendere lungo le pareti del calice. Il naso è ampio, con i sentori floreali di violetta e i fruttati che si susseguono in modo armonioso. Si avvertono profumi di ciliegia e susina in confettura, quindi marasca. Poi affiorano sentori tostati di cacao e caffè, un accenno di tabacco, speziato di pepe e cannella con finale balsamico. In bocca avvertiamo la morbidezza glicerica assieme ad un tannino finissimo. Quindi emerge una veemente freschezza che veicola note di liquirizia e balsamiche nel lunghissimo finale.

È un grande vino, sicuramente longevo e da riassaggiare nel tempo. Ottimo in abbinamento a piatti a base di cacciagione.

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

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