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17 Dic 2014

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

3. Aglianico del Vulture Synthesi 2011 – Paternoster
Ancora un Aglianico base per l’altra cantina blasonata in degustazione. Matura in legno di terzo passaggio, che serve solo come contenitore da affinamento “inerte”, cioè senza cessioni di tannini gallici. I vigneti sono a Barile nel Vulture, in una zona vocata a un’altitudine compresa tra i 450 e i 650 m slm. Il vino emana profumi di confettura non particolarmente delineati, in bocca si avverte la grande acidità e il tannino asciugante. Come abbiamo visto con il Re di More di Mastroberardino, anche questo vino che funziona molto bene con il cibo. Nel complesso si può definire un vino didattico, l’archetipo di Aglianico che non contempla una particolare gestione dei tannini.

4. Taurasi Vigna Cinque Querce 2006 – Salvatore Molettieri
Siamo nella zona di Montemarano, uno dei comuni dove si produce il Taurasi. Lo stile del vino si caratterizza per la croccantezza, la tattilità delle sensazioni gusto-olfattive. Il vino, prodotto a 600 m slm, appare molto concentrato, con una gestione del legno che dipende dalle diverse annate e ai relativi andamenti climatici. Si mostra rosso rubino vivo con sfumature viola, segno di un’importante concentrazione antocianica. Naso complesso, che dopo i consueti profumi fruttati sciorina curiose note di carruba, sentori speziati e di scorze di arancia amara. In bocca si avvertono i 15 gradi alcolici, ma al contempo il grande tannino e i 36 g/l di estratto. È un vino di estrema potenza, che potremo definire come una massa che in bocca non si ferma.

5. Aglianico del Vulture Stupor Mundi 2005 – Carbone
I territori del Vulture rispetto a quelli irpini marcano maggiormente la mineralità vulcanica. Cosa che accade in questo grande Aglianico del Vulture fatto dai fratelli Sara e Luca Carbone che abbiamo già incontrato. Le uve provengono dai vigneti in località Piani dell’Incoronata a un’altitudine di 550 m slm. Dopo 9 anni, il vino è ancora di colore rubino fitto con orlo che comincia ad essere granato. Il naso colpisce per la nitidezza dei riconoscimenti, che vanno dal fruttato maturo e in confettura al tabacco, quindi sentori speziati, di cuoio, note terrose, con un finale di macchia mediterranea e liquirizia. In bocca l’enorme tannino e la netta freschezza lo rendono estremamente persistente con bellissimi ritorni retrolfattivi balsamici. Immaginiamo che abbia davanti a sé ancora un lungo percorso evolutivo. Ho uno Stupor Mundi dello stesso millesimo nella mia cantina. Ci rimarrà ancora a lungo.

6. Aglianico del Taburno Vigna Cataratte 2005 – Fontanavecchia. 
Nel Sannio si fanno quasi i due terzi del vino campano. È l’unica zona vinicola della regione dove il vigneto è esteso a perdita d’occhio. A Falanghina sono impiantati ben 3000 ha (quasi due volte il vigneto dell’intero comprensorio del Barolo). Nel territorio di Torrecuso, nel Taburno, è situata l’azienda Fontanavecchia, che ha una lunga tradizione nel commercio delle uve prima di cominciare ad imbottigliare. Il Vigna Cataratte affina per quattro anni di cui 14 mesi in barrique di rovere francese. Al naso è ancora cupo a dispetto dei nove anni trascorsi dalla vendemmia, mentre in bocca mostra una maggiore morbidezza. L’acidità del vino rispetto agli altri campioni è meno scissa e si lega meglio alle altre componenti. Il Vigna Cataratte si caratterizza quindi da toni più caldi e ci sembra un vino pronto, con ritorni fruttati più maturi.

7. Aglianico del Vulture Zimberno 2004 – Michele Laluce.
Siamo a Venosa nel Vulture, in una delle zone più vocate per la coltivazione dell’Aglianico. La conduzione del vigneto avviene con una grande attenzione per il vigneto, con una cura maniacale pianta per pianta. La stessa cura la si può riscontrare in cantina, dove il vino matura in acciaio e legno grande. Al naso si presenta fruttato, per poi passare a originalissimi sentori di tè e carcadè. Quindi sciorina note di sottobosco, erbe aromatiche di finocchietto selvatico, timo e origano. Il vino in bocca ha una bella freschezza e un tannino magistralmente dosato. Ancora giovane nonostante i dieci anni di vita, il vino è in equilibrio e appare ben strutturato nonostante i soli 12,5° alcolici. Davvero sorprendente, è un vino che fa della grande misura la sua cifra stilistica.
Che cosa dire? Non resta che ringraziare e salutare Luciano per questa lezione sulle molteplici espressioni dell’Aglianico, anche in relazione alle peculiarità del territorio di origine.

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

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