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La passione per il vino rosso

La passione per il vino rosso

Le persone, i metodi di lavorazione, la filosofia aziendale e la voglia di distinguersi tornando alle origini, valorizzando il territorio e puntando sugli autoctoni (anche trascurati come la Granazza) hanno suscitato il nostro interesse verso la Cantina Giuseppe Sedilesu. Oggi degusteremo i loro Cannonau. Quando si parla di Cannonau in purezza non possono non venirmi in mente le parole di mio padre “E’ difficile trovarne di buoni, ma quando ci riesci ti fanno impazzire”; secondo Giuseppe Sedilesu è per via della mole di prodotto “di pianura” e con alta resa che viene riversato sul mercato.

Vi parleremo oggi di tutti i loro Cannonau, eccezion fatta per il Eressia, il rosè. 

Vi ricordiamo che Sedilesu usa pochi solfiti, coltiva col sistema dell’alberello, non filtra, usa solo lieviti autoctoni e non è amante dei travasi; parte dell’uva, circa il 40% di quella in lavorazione viene acquistata in zona ed i vitigni arrivano a superare anche i 100 anni d’età e sono tutti collocati a circa 6.-700 metri sul livello del mare.

Ho sempre amato la Sicilia, è una regione bellissima, suggestiva e piena di storia: una terra che ha fatto l’amore con tanti popoli che ne hanno lasciato tracce indelebili.

Ci sono ottimi vini siciliani, ma questa regione può fare ancora tanto specie in comunicazione ed in valorizzazione di un territorio meraviglioso.

Il Veneto è una gran bella regione, spesso penalizzata da pregiudizi e gente che, millantando un grande attaccamento alla propria terra, non fa altro che lederne l'immagine.
Il Veneto è anche la terra di grandi vini, legata soprattutto all'Amarone ed al Prosecco, ma non sono soli.

Elio Ottin, originario di Saint Denis, perito agrario, frutticoltore e viticoltore come molti in Valle d’Aosta è dal 2007 che grazie alla qualità dei suoi vini riesce a farsi notare sempre più.

Etichette curate, fini, senza troppi fronzoli ma belle.

Vitigni autoctoni e Pinot Nero, concimazioni minime e trattamenti ridotti all’osso, giusto il necessario per evitare oidio e peronospora. 

Torniamo ad occuparci di Terredora dopo la bellissima esperienza vissuta alcuni mesi fa in cantina, a Serra di Montefusco, in provincia di Avellino. In quell’occasione degustammo dodici vini dell’azienda di annate non più in commercio, tra cui sette millesimi dei tre diversi Taurasi che si fanno in azienda.

Ed oggi parleremo proprio di un Taurasi non più in commercio, per la precisione del Taurasi Fatica Contadina 2000, bottiglia che acquistai quando ancora non conoscevo Paolo Mastroberardino, proprietario e guida dell’azienda. Taurasi che questa volta ho degustato a casa mia, a cena con amici, accompagnandolo ad una preparazione a base di coniglio stufato, guarnito da un contorno di melanzane e patate.

Terredora conduce un vigneto di circa 200 ettari, interamente ubicati in Irpinia e coltivati con i principali vitigni campani come l’Aglianico, il Fiano, il Greco o la Falanghina. L’azienda vinifica direttamente le proprie uve da oltre vent’anni e oggi produce e distribuisce oltre un milione di bottiglie.

Il Taurasi si fa esclusivamente con uve Aglianico e quelle che concorrono alla produzione del Fatica Contadina provengono dai vigneti di proprietà situati in Lapio e Montemilletto. I terreni di matrice argilloso-calcarea, di antiche origini vulcaniche, si caratterizzano per importanti pendenze, fattore determinante per la qualità del prodotto finale. Questi pendii, infatti, favoriscono la migliore insolazione, che permette la perfetta maturazione delle uve, oltre a una buona ventilazione, che riduce l’umidità e inibisce, tra l’altro, la formazione di muffe. Le pendenze impediscono tra l’altro il ristagno dell’acqua, favorendo in tal modo lo stress idrico, con un favorevole contributo in termini di deposito di polifenoli sulle bucce dell’uva. Le forti escursioni termiche tra giorno e notte, oltre che tra le stagioni, permettono infine il miglior sviluppo degli aromi. Caratteristiche che ritroveremo poi nel vino.

 

Al termine della visita in cantina, pranzo con Ernesto Abbona, Presidente della Marchesi di Barolo, nella foresteria, raffinato ristorante all’interno dell’azienda. È stato servito un menu degustazione a cui sono stati accostati alcuni dei vini più rappresentativi dell’azienda. E qualche chicca ...

Cominciamo con una Barbera d’Alba Piagal 2012, fresca, profumata, perfetta con l’antipasto. Quindi ad uno ad uno i tre cru di Barolo annata (2011): prima il Costa di Rose, poi il Cannubi, quindi il Sarmassa. Il primo profumatissimo, floreale. Mai nome di un cru è stato così appropriato. Dopo qualche minuto di sosta nel calice si apre a sentori di cipria e a note fruttate, tabacco, liquirizia dolce e mentuccia. Etereo. Il Cannubi appare subito elegante, con profumi più profondi, fruttati in confettura e di sottobosco, tabacco e balsamici: raffinato ed equilibrato. Il Sarmassa è più austero, mascolino, è rimasto chiuso per oltre venti minuti per poi aprirsi lentamente a note di viola, china e sentori terrosi di fungo e tartufo. Torniamo più volte sui calici già riempiti, mentre via via ne portano altri per versare il vino successivo.

Siamo così passati al Barolo 2010, il Barolo della tradizione, assemblaggio di diversi cru aziendali. Fruttato ed equilibrato. Piacevolissimo. Poi arriva il Cannubi 2005, dalla singolare etichetta color verde. “Questa etichetta è stata scelta per differenziare questo vino dal Cannubi che è stato imbottigliato alcuni anni fa. Questo è rimasto in affinamento per molto più tempo ed è stato quindi imbottigliato di recente”. Noi appassionati corriamo quindi il “rischio” di imbatterci in due Barolo Cannubi 2005 dei Marchesi di Barolo che hanno seguito due strade differenti. Subito sentori di canfora e una profumatissima violetta ancora fresca, che lasciano presto spazio a note più terziarizzate di tabacco, caffè, noce moscata e alloro.

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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