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La passione per il vino rosso

La passione per il vino rosso

Il Veneto è una regione magnifica, piena di persone fantastiche ed accoglienti e di vini eccellenti.

I pregiudizi che attanagliano questo angolo d’Italia sono davvero tanti: dal fatto che il Veneto pensi solo a lavorare, allo stereotipo del Veneto razzista ed anche sui vini c’è chi parla solo di Amarone e Prosecco, o al massimo di Ripasso.

 

Mater Matuta è un’antica divinità italica, dea dell’Aurora, protettrice della procreazione e della fertilità. La venerazione di questa divinità era una pratica comune nell’Italia centrale tanto che le fu dedicato un tempio dell’antica città di Satricum, presso Le Ferriere vicino a Nettuno, a circa 50 km a sud da Roma. Nella seconda metà del secolo scorso, Dino Santarelli che era affascinato dall’Agro Pontino, fonda l’azienda vinicola Casale del Giglio, proprio alle Ferriere e non lontano da Satricum.

Questo territorio rappresentava, rispetto ad altre zone del Lazio e d’Italia, un ambiente vergine dal punto di vista vitivinicolo, da esplorare e dove eventualmente poter sperimentare. Un territorio che prima delle bonifiche di quasi un secolo fa era una distesa di acquitrini e paludi L’assenza di un passato enologico della zona diviene così lo stimolo determinante verso l’innovazione della nascente azienda vinicola. Nel 1985 si diede così vita al progetto di ricerca e sviluppo Casale del Giglio, autorizzato dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio. Tramite questa sperimentazione si raggiungeranno importanti risultati, tra cui la messa a dimora sui terreni dell’azienda di una sessantina di diversi vitigni sperimentali.

I modelli di coltivazione viticola ai quali si sono ispirate queste ricerche, sono quelli praticati a Bordeaux, in Australia ed in California, dove i vigneti sono particolarmente esposti all’influenza del mare. Proprio come l’Agro Pontino che beneficia dell’influenza del Mar Tirreno. Secondo la filosofia di Casale del Giglio, lo sviluppo futuro della vitivinicoltura non risiede solamente nel consolidamento dell’immagine di alcune zone dalla grande tradizione. Ma anche nel raggiungimento, attraverso opportune scelte viticole ed enologiche, di produzioni di alto livello in territori ancora poco conosciuti dal punto di vista del loro potenziale qualitativo, viticolo ed enologico.

Siamo in Abruzzo, a Villamagna (CH) a metà strada tra le montagne e il mare.

L’azienda Cascina del Colle sorge nel luogo dove fu ritrovata una zanna di Mammut, famoso e poderoso animale preistorico che da’ il nome al Montepulciano che stiamo per degustare!
La famiglia D’Onofrio lavora in biologico i quindici ettari di vigneto; e, da quello di San Severino, 215 metri sul livello del mare, nascono le uve che danno a loro volta vita a questo vino fuori dagli schemi.

La Tenuta di Fiorano, situata nelle vicinanze della Via Appia Antica, è un angolo particolarmente bello della campagna romana ai piedi dei Castelli Romani. I terreni di origine vulcanica, di buon drenaggio e ricchi di minerali e la distanza relativamente prossima al mare rendono questi luoghi ideali per la coltivazione della vite.

L’azienda ha origine nella prima metà del secolo scorso grazie al Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, il quale come Mario Incisa della Rocchetta in Toscana – il creatore del Sassicaia – e con la consulenza di Tancredi Biondi Santi – di Tenuta il Greppo a Montalcino – decise di impiantare Cabernet Sauvignon e Merlot per produrre il Fiorano Rosso, il primo vino della cantina.

Successivamente entrò in contatto con Luigi Veronelli che decantò i suoi vini e su tutti il Fiorano Rosso. Un vino rosso di struttura molto elegante e complessa, capace di sostenere l’invecchiamento arricchendosi in finezza. L’azienda divenne presto un modello di prima grandezza del vino capitolino, una delle poche cantine dove effettivamente si faceva altissima qualità nell’intero Lazio.

Abbiamo già incontrato l’azienda vinicola Ferraris che opera nell’areale di Castagnole Monferrato. È successo descrivendo l’Opera Prima, vino fatto con uve Ruchè, vitigno originario e sempre più diffuso dell'area collinare a Nord-Est di Asti.

Che l’azienda abbia deciso di valorizzare questo vitigno è dimostrato anche dal vino di cui parleremo oggi, il Ruchè Clàsic 2014 altra perla enologica di indiscutibile piacevolezza.

Il Ruchè presenta caratteristiche morfologiche ed analitiche distinte che lo rende unico nel panorama ampelografico. Varietà semiaromatica, matura abbastanza precocemente, solitamente nella prima decade di settembre. E' un buon accumulatore di zuccheri e, nonostante la sua bassa acidità totale, mantiene una significativa componente di acido malico che conferisce una buona freschezza finale al vino. La caratteristica principale delle uve è la ricchezza di polifenoli, rappresentati in maggioranza dai tannini che apportano struttura al vino e una discreta propensione al suo invecchiamento.

A seconda delle annate, la gestione della macerazione permette un'estrazione selettiva dei tannini in modo da rendere il vino del tutto equilibrato e quindi di immediata piacevolezza.

Avevo conosciuto Roberto Sarotto a Roma, poco prima di intraprendere il mio viaggio-studi nelle Langhe del Barolo. Andarlo a trovare a casa sua a Neviglie è stata la logica conseguenza. Ovviamente è successo perché ne avevo apprezzato i vini durante una degustazione romana, oltre ad averne compreso lo spirito con cui erano fatti. Tradizione e innovazione: troppo ghiotta l’occasione di trovarmi nelle Langhe per non incontrare Roberto in cantina.

L'Azienda Agricola Roberto Sarotto è a conduzione familiare e da sempre legata al mondo del vino. La filosofia aziendale si basa su di una profonda consapevolezza dei valori tradizionali, ma senza paura di esplorare e intraprendere strade innovative del vino. L’azienda si estende su una superfice vitata di 80 ettari dislocati nei comuni di Novello, Neive, Neviglie, Nizza Monferrato e Gavi. Qui nascono e maturano le uve, pregiata materia prima che poi viene trasportata nella modernissima cantina che ho avuto il piacere di visitare, cantina dotata di attrezzature particolarmente innovative. Le uve vengono quindi trasformate nei vini del territorio, permettendo alle stesse di esprimersi nelle loro massime potenzialità.

Tra i diversi vini che ho avuto la fortuna di assaggiare (dal Barolo Audace al Barbaresco Gaia Principe, dal Langhe rosso Enrico all’Arneis Runcneuv, allo Spumante Brut) vi voglio raccontare la Barbera d’Alba Elena 2012, vino creato in onore della secondogenita di Roberto, da cui il vino ha preso il nome.

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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