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La passione per il vino rosso

La passione per il vino rosso

Tra l’azienda vitivinicola Cavallotto e il Bricco Boschis esiste uno strettissimo legame. Quando si parla del Bricco Boschis è chiaro che ci stiamo riferendo a Cavallotto e viceversa. E non soltanto perché questo storico cru delle Langhe sia interamente di proprietà di questa famiglia del Barolo. Personalmente ho avuto il privilegio di visitare la Tenuta Cavallotto nella primavera del 2015.

Bricco Boschis è una splendida collina interamente vitata di 23 ettari che si trova nelle Langhe a Castiglione Falletto, nel cuore del comprensorio del Barolo. Di proprietà della famiglia Cavallotto sin dal 1928, dopo quasi un ventennio le uve ivi prodotte furono vinificate, dando vita ad uno dei primi vini imbottigliati con etichetta della zona.

Le colline dell’area del Barolo hanno origine geologica risalente al Miocene dell’Era Terziaria (7 – 15 milioni di anni fa). Il sottosuolo, di tipo sedimentario marino, è composto principalmente da arenarie e marne calcareo-argilloso compatte. In particolare, la zona di Castiglione Falletto è tra le più antiche del comprensorio, essendo emersa dal mare nel periodo Elveziano (tra i 13 e i 15 milioni di anni fa). Si trova al confine con i comuni di Barolo e La Morra che risalgono al periodo Tortoniano, di più recente formazione. I terreni sono caratterizzati da strati alternati di sabbie più o meno compatte, di colore grigio-bruno o giallastro, con arenarie grigie (sabbie cementate da carbonati delle acque marine) dette Arenarie di Diano, formazioni che tra l’altro contraddistinguono la Tenuta Cavallotto e il Bricco Boschis. In questa collina quindi, l’apparato radicale della vite, andrando in profondità, incontra strati di terreno di natura diversa sotto il profilo fisico e chimico.

Ho avuto la fortuna di recensire più volte la Riserva Inferi del Montepulciano d’Abruzzo dell’azienda Marramiero. Inizialmente le prime due annate, risalenti alla prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, il 1993 e il 1994. In queste circostanze ho commentato l’attitudine di questo vino ad attraversare il tempo e il sorprendente modo con cui evolve sotto il profilo organolettico. Più di recente, in occasione dell’anteprima del Montepulciano d’Abruzzo, ho degustato l’Inferi Riserva 2013, giovanissimo e non ancora in commercio.

Come in commercio è invece il millesimo 2012 della Riserva Inferi, il vino che proverò a raccontare oggi. Le uve provengono dai vigneti aziendali situati a 270 metri di altezza presso la Masseria Sant’Andrea di Rosciano in provincia di Pescara, tra il mar Adriatico e il Massiccio delle Maiella. Uve prodotte tramite la pergola abruzzese, forma di allevamento della vite che riduce l’irradiamento solare sui grappoli, favorendo lo sviluppo dei polifenoli e degli aromi.

Siamo nelle Langhe sud-occidentali, nella zona del Dogliani. Il territorio è particolarmente vocato per la coltivazione dell’uva Dolcetto e limitrofo al comprensorio del Barolo, il Re dei Vini fatto con il nobile Nebbiolo. Il Dolcetto di Dogliani fu tuttavia il vino del Presidente Einaudi, nativo di queste terre e che diede lustro a questa parte del Piemonte.

Il territorio del Dogliani, situato a ridosso delle Alpi Marittime e dell’Appennino Ligure, è costituito prevalentemente da terre bianche ben drenate, tufo e marne calcaree in prevalenza. Il clima ventilato, fresco ed equilibrato è ideale per la coltivazione della vite e in special modo del Dolcetto. Questa cultivar si caratterizza per gli elevati tenore zuccherino e polifenoli. Al tempo stesso, normalmente non si contraddistingue per elevate acidità. Per questa ragione, il vino che si ottiene dalle uve Dolcetto, di solito non si presterebbe a lunghi invecchiamenti: ma con gli opportuni diradamenti in vigna, con il rigoroso controllo delle temperature di fermentazione alcolica e malolattica in cantina, si possono avere gradite quanto inattese sorprese. Otterremo così un vino nettamente distante dalla stereotipata idea di Dolcetto semplice e di pronta beva.

Abbiamo incontrato qualche tempo fa la cantina piemontese Ferraris, una delle aziende vitivinicole di punta per la produzione di Ruché e di cui abbiamo già recensito il Ruchè Opera Prima e il Ruchè Clasic. Ma un’azienda del Monferrato che si rispetti non può non avere una produzione propria di Barbera, vitigno che giusto nel Monferrato trova il suo territorio d’elezione. E del racconto di una versione molto particolare di Barbera è quello di cui ci occuperemo oggi.

Siamo a Castagnole Monferrato, nell’area collinare che si trova a nord-est di Asti. L’azienda, che ora si estende su 37 ettari e che produce quasi 200.000 bottiglie, si distingue per possedere diversi cru, ossia vigneti che per le particolari esposizioni e per il pregio delle uve che vi si producono, danno vita a vini di qualità molto elevata.

E dal vigneto di San Marcellino, provengono le uve con cui viene prodotta la Barbera Birbetta, nome certamente evocativo della sua caratteristica distintiva: stiamo parlando di una Barbera frizzante, come nella tradizione del Monferrato. Il vigneto, impiantato su un terreno argilloso-calcareo e tufaceo, si trova a un’altitudine di 200 metri e presenta un’ottimale esposizione a sud-ovest. Il sistema di allevamento è il Guyot con una densità d’impianto di 5000 ceppi per ettaro.

Ancora Vinitaly e ancora una verticale, che definire sbalorditiva non mi sembra esagerato. Così è successo che, girando per gli stand, mi sia fermato presso l’azienda Aurelio Settimo. Qui ho conosciuto Tiziana, la figlia del fondatore, che ha preso le redini dell’azienda dalla scomparsa del padre.

Raggiungo lo stand soprattutto perché mi piacerebbe capire meglio il Barolo espressione di Rocche dell’Annunziata, importante frazione del comune di La Morra, oltre ad essere uno dei Grand Cru dell’intero comprensorio del Barolo. E Aurelio Settimo non può che essere la mia azienda di riferimento per questo importante terroir. Tiziana mi prende in parola e tira fuori tutte le bottiglie di Barolo Rocche dell’Annunziata che ha portato in fiera. Così, tra una battuta e un commento, iniziando verso le nove e mezza del mattino dall’annata in corso (2012), andiamo indietro nel tempo mettendo in fila ben sette millesimi.

L’azienda conduce meno di sette ettari di vigneto, di cui quasi sei a Nebbiolo da Barolo. Più della metà di questi si trova in Rocche dell’Annunziata, proprio intorno alla cantina. Il terreno è costituito da rocce sedimentarie costituite da argilla, sabbia e calcare dette Marne di Sant’Agata e il vigneto ha esposizione a sud - sud-ovest a un’altitudine di circa 300 m slm.

Girando per il padiglione della Campania, mi sono fermato presso lo stand dell’azienda irpina Perillo, dove, in modo inatteso, ho avuto modo di assaggiare diverse annate di Taurasi e Taurasi Riserva.

Perillo è una piccola azienda che conduce cinque ettari di vigneto nei comuni di Castelfranci e Montemarano. Le vigne ubicate in alta collina, tra i 600 e i 700 slm, sono impiantate a raggiera e alcune sono molto vecchie e a piede franco. Essendo impiantato anche su rilevanti pendenze, il vigneto gode di un’ottima esposizione.

I suoli, ricchi di scheletro e silice, si caratterizzano per una particolare concentrazione argilloso-calcarea e sabbiosa. Il clima è continentale, con inverni spesso molto freddi ed estati calde ma mai torride. Notevoli le escursioni termiche tra notte e giorno, oltre che tra le stagioni. Nelle annate calde le escursioni termiche salvaguardano aromi e acidità. In quelle piovose, il clima asciutto e ventilato esclude problemi legati a muffe e marciumi.

Le lavorazioni sono manuali, anche se gli interventi in verde sono pochi, visto il basso carico di gemme lasciato durante la potatura. L’aglianico con cui si fa il Taurasi in questa zona è chiamato coda di cavallo, per le caratteristiche del grappolo spargolo e allungato e per la presenza di acini assai piccoli, con un elevato rapporto buccia-polpa. Le rese sono in definitiva bassissime, non superiori ai 30 quintali per ettaro. L’epoca vendemmiale è di solito nel mese di novembre.

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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