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La passione per il vino rosso

La passione per il vino rosso

Chi capisce di vino o chi pensa di capirne (almeno un po’) vorrebbe sempre scegliere cosa bere: tipologia di vino, cantina, annata e chi più ne ha più ne metta. La scelta è spesso complessa e si tengono in considerazione svariati parametri, molti dei quali non misurabili e non oggettivi, accompagnati anche dal coinvolgimento emotivo che spesso la fa da padrone.

Succede però che alle volte non sia il soggetto a scegliere, può infatti capitare che ci si affidi a chi si ritiene più competente, si ceda alla voglia di scoprire qualcosa di consigliato che non si conosce, si accetti educatamente ciò che il padrone di casa ci propone e così via.
Il vino che vi presenterò oggi, invece, mi è stato di fatto imposto in un ristorante “c’è rimasto solo questo”: Dolcetto d’Alba Terre di Aleramo.
Il Dolcetto è il terzo vitigno piemontese per diffusione dopo il Barbera ed il Moscato, tra le cui DOC quella di Alba è certamente la più nota. Di dolce c’è solo l’acino che in realtà da’ alla luce vini rossi secchi e dal finale amarognolo. Fuori confine regionale è meno noto rispetto ai suoi “nobili cugini” probabilmente a causa del suo status di “vino di tutti i giorni”.
E’ un “vino da tutto pasto” e considerato che in tavola ci saranno Pansotti in crema di noci e involtini di speck e carne bianca potrebbe andar bene.

Oggi presentiamo il più longevo dei Cabernet Sauvignon prodotto in Sicilia nato dal progetto VIVA Sustainable Wine: vini eco-sostenibili
In occasione dello scorso Vinitaly ho avuto il piacere di degustare un Cabernet Sauvignon IGT 2011 dell’azienda Tasca D’Almerita prodotto nelle sue Tenute Regaleali situata nella Sicilia centrale in provincia di Palermo: si tratta della prima azienda a produrre Cabernet Sauvignon in purezza in Sicilia.

Dal colore rosso rubino intenso, di buona consistenza.
Al naso un intenso aroma di frutti di bosco condito da sfumature speziate pepe nero e leggero vegetale, peperone verde, tipici di questo vitigno, leggere sfumature erbacee nel finale.
In bocca caldo e morbido giustamente tannico, i tannini sono morbidi e setosi dovuto dal passaggio in barrique di rovere francese che rilascia note vanigliate e leggermente balsamiche.

Montepulciano d’Abruzzo DOC di Fattoria Teatina

Jamè dal dialetto abruzzese significa: dai su, andiamo! Il nome nasce da una discussione tra il titolare di Fattoria Teatina Pierluigi De Lutiis ed il suo enologo Vittorio Festa; infatti, quando il Montepulciano d’Abruzzo era già pronto per l’imbottigliamento, i due non avevano ancora pensato al nome che avrebbe avuto. “Jamè!! L’hai trovato il nome a ssu vin?”

L’azienda Fattoria Teatina nasce negli anni ‘60 quando la famiglia De Lutiis acquista un appezzamento di terreno nelle colline teatine; nel ‘99 l’azienda passa a Pierluigi che insieme a sua moglie Antonella inizia a vinificare qualche anno dopo, dando vita ad una nuova realtà fatta di tanta passione e amore.
Al centro del progetto la voglia di trasferire la loro passione ai consumatori attraverso i prodotti della loro amata terra.
I vitigni godono di un’esposizione ideale e sono situati in un posto magnifico: tra mare e montagne. In un posto del genere non si può non produrre una materia prima eccellente che, però, in questo caso è anche frutto di una scelta aziendale: sacrificare le rese e quindi la quantità in favore della qualità.

Il processo si conclude ovviamente in cantina dove Piergiorgio, Vittorio, Pierluigi, Antonella ed il piccolo Francesco concludono il lavoro finalizzando l’ottimo processo produttivo.

Lontano da enoteche e non avendo tempo per visitare cantine sono finito in un centro commerciale: posto che noi del settore non amiamo ma dove forse, buona parte dei consumatori acquistano.
Ne abbiamo parlato nella nostra guida ABC del vino, nella GDO le bottiglie non vengono trattate con cura ma spesso alla stregua di una qualsiasi scatoletta di tonno! Volevo quindi comprare prodotti non particolarmente dispendiosi ma comunque buoni.
Ho preso tre tipi di Barbera, una Freisa, un Ruchè, un Grignolino ed un Moscato d’Asti ed ho cercato (invano) un Alta Langa.
Quando ho scelto questo vino di cui sto per parlarvi ero alla ricerca di un prodotto semplice da poter bere in tranquillità con qualsiasi tipo di commensale; volevo qualcosa che si abbinasse a carni rosse e salumi, ma anche alle castagne di cui avevo gran voglia; ero in Piemonte e cercavo, ovviamente, qualcosa che fosse piemontese.

La serata aveva le premesse migliori: tre amici accomunati dalla passione per il vino, un posticino con un nome invitante (N’Ombra de vin) e dei simpatici taglieri con cui abbinare un buon vino!
Sul cibo tutti d’accordo, ma il vino? Beh su quello proprio non ce la si fa e finiamo per prendere tre calici di vino differenti.
Non amo ordinare al calice, ma a mali estremi…
La mia attenzione ricade su “Rosso Melograno” adoro questo frutto dalle prodigiose proprietà, ne amo il colore intenso, il sapore e soprattutto il succo vivo. Questo vino però non lo conosco.

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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