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16 Lug 2014

L’Ambra liquefatta che vien dal mare.

Sono seduto davanti al tavolo della mia cucina. Saranno 20 minuti buoni che mi son perso a fissare una bottiglia totally black.

È li, fra un cavaturaccioli vecchia maniera e un calice di vino dozzinale che si salva solo per il colore; un giallo un pò spento, appena percettibile, che alla bisogna non mi dispiacerà sacrificare (mi son stancato di comprare bicchieri di valore, quelli rotti e ancora mezzi pieni tendono a formare figure astratte sul muro e i mosaici di cocci e frammenti sul pavimento, per quanto apprezzabili, sono esempi d’arte aleatoria e hanno il solo difetto di sparire con un colpo di scopa).

Quando l’aspettativa è tanta, e l’attesa non viene ripagata, faccio alla maniera dei Russi… Negl’anni ho dovuto imparare l’ardua disciplina dell’autocontrollo. Nei locali, gesti di tale risma non vengono accolti con entusiasmo, non di sovente.

Nessuno fremito, sono come paralizzato. Non ho il coraggio di aprirla quella bottiglia.

Arrivata alcuni giorni fa, presa per posta, non si è ancora mossa, eccetto qualche insignificante rotazione per apprezzarne meglio le rotondità. Ho fatto colazione, pranzi e cene apparecchiando tutt’intorno a “lei” osservandola in una dolce attesa, fatta di innamoramento e sospetti. La sua etichetta m’affascina. Nero su nero. Il nero opaco della carta che s’accende nella contrapposizione con il nero puntinato di luci della bottiglia stessa, in cui si fagocita e si riflette il bagliore del giorno. E’ clandestino quasi, il bianco che s’accosta al rosso, a risaltare su una tela immaginaria che m’appare fatta sul nulla e che disegna i contorni di due scritte appena.

Un libro non si giudica dalla copertina, ma se l’han messa, un motivo dovrà pur esserci. Se lo ami il tuo vino, vorrai dargli l’esteriorità che merita, che parlerà a noi della sua essenza. L’etichetta è il primo contatto che abbiamo, è la prima impressione che ci faremo, a dirci… “Avevi ragione”… O null’altro che a smentirci.

L’etichetta, la forma e il colore della bottiglia, sono il suo vestito, ma io voglio la sua anima.
Il rumore del sughero che scivola sul vetro e che di colpo salta fuori con un tonfo sordo, spezza la monotonia di un pensiero qualunque, riempie la stanza con quel suono famigliare che tanto amo… C’è sempre un’immagine che m’afferra al momento ridandomi un pezzo della vita che sembrava smarrito.

M’avvicino appena, giusto per assaporare una lieve traccia d’aroma. Non per carpirne ogni segreto, non subito, non adesso. La fretta è bandita. Bisogna sapersi prendere il tempo, quello necessario. A volte bastano pochi minuti, spesso qualcosa in più, altre quel lasso che va dal guardare negl’occhi chi ti sta di fronte, il rumore dei vetri che cozzano, il batter del calice sul banco, inno ai morti o alla virtù.
Un odore di nostalgia invade le pareti delle narici. Incontro fugace fra un profumo appena abbozzato nell’aria e i flutti rubino che fra breve invaderanno la bocca. È l’odore di una terra che ben conosco, che con il Belpaese si contende il senso di patria e d’appartenenza. Un odore che ha in sé il mare dell’infanzia, il fieno e il vitigno di fragola al di là dell’Adriatico.

Il nome richiama l’Ambrosia, cibo o bevanda degli Dèi e una volta versato il contenuto che quel nome avvolge, è come se sgorgasse resina liquefatta che dopo millenni concede le fragranze custodite al suo interno.

“BIBICh Ambra”.

È un Prošek.
Da non confondersi, errore grave, con il nostro Prosecco, le cui note s’avvertono semmai in una pronuncia non distante e che in realtà si pongono quasi agl’opposti.
Non ho mai avuto particolare apprezzamento per quei vini che san di dolce, tranne rare eccezioni, e non intendo dolcezza al palato, che è tutt’altra cosa. E quando me li concedo, sanno di saggi esplorativi straordinari che per ripicca vogliono intimidirti. A monito delle rinunce passate.
AMBRA è ottenuto da una  mistura di uve essiccate “Debito” e  “Maraština”, rosolate al sole su graticci, da 3 a 6 mesi o in reti sotto il tetto o su stuoie di paglia. Fermentato con lieviti indigeni, invecchiato e affinato per anni in piccole botti di rovere.

Sarebbe un vino da dessert. Sarebbe. Ho sempre odiato la parola “dessert” accostata al vino. Riduttiva, ingrata, fuorviante. È un vino “da tramonto”, da tramonto tardo autunnale, estivo, da meditazione e da pieno inverno per scaldarsi il cuore. Ambra è senza annata. Mescolato man mano, di anno in anno.
A cosa rassomiglia, giusto per darvi un’idea… Vin Santo, Passito, definizioni improprie. Al gusto è piccante, pieno e morbido, e fresco. “Nonostante” la sua dolcezza, m’è d’obbligo aggiungere. Per me è una tentazione estiva da servire un pò più fredda del dovuto.

Al netto dell’uvaggio e dell’annata il colore di un Prošek può avere un ampio ventaglio cromatico; dal dorato profondo al marrone scuro, dall’ambrato nelle sue innumerevoli declinazioni allo sciroppo d’acero.
Il Prošek di BIBICh. Colore ambra scuro. Neon orange. Fichi secchi e vaniglia si frappongono a sentori di carruba e caramello (profumi di giochi e gite in campagna), con ricordi di mela, prugne e cannella, e poi un pizzico d’arancia candita, da qui la sua freschezza, e noci e miele e una nota sapida simile a… Simile a cosa?
A tabacco speziato credo, ed erbe aromatiche. Lo abbellisce un tocco distintivo, il gusto retrò dello sherry. Liscio nella struttura, ottima acidità, 110 g/l di zuccheri non fermentati, ma sono valori poco poetici che sarebbe il caso evitare. Lo inserisco nella mia personale categoria dei “Vini Volant”. Vola via in modo leggero, agile e sciolto, vibrante, taciturno e fragoroso.

Eh sì, il caramello adesso sa di bruciato e richiama sapori d’una vecchia cucina, in un tempo imprecisabile e lontano, e si mischia a quello del caffè appena fatto con uno scodellino sul fuoco a legna.
Bibić è alla quinta generazione di viticoltori ed è più facile trovare quest’AMBRA in una lista dei vini a New York che qui da noi. Direi di provarlo prima con un calice di piccole dimensioni, con corpo ampio e apertura non troppo larga, stretta semmai. L’aroma potrà elaborare le sue fragranze e gli odori persistere e concentrarsi nel naso armonizzando gusto e retrogusto, sviluppando sensazioni olfattive complesse e terziarie. Prenderei poi, un bicchiere dalle grandi dimensioni e m’abbandonerei all’andirivieni imprevedibile della percezione.
No! Niente biscotti secchi. Una manciata di noci tostate, meglio se fresche; un formaggio alle erbe; un paté di tradizione contadina; un non so che di rustico.

La Proposta Indecente. Pecorino e Gorgonzola piccante, insieme.
 
Cosa rimane? Long-lasting flavors.
Non deve essere, non per forza, un vino dolce. Punge!

Per chi vuole lasciarsi stupire.

Mark Basilico

A me piace raccontare storie. E ce n’è una di storia le cui origini si perdono in un lontano, lontanissimo ricordo, all’uomo innato, quando il nettare della vite, l’estrarlo, era un’arte sacra e chi la coltivava un Dio.

Uva, frutto proibito. Proibito non dal peccato, ma dal desiderio di centellinare attimi e gocce che a volte non tornano. Una magia legata talora a un solo bicchiere, unico e irripetibile, che poi ricercheremo nei prossimi a venire. Il suo consumo ad alcuni, negato in terra, viene concesso solo in cielo, come a preservarlo, casto e dono sommo. Incorruttibile dagl’ardori umani.

Il vino è emozione, fin troppo facile a dirsi, ma quest’emozione non è mai doma, si rinnova e si ripete. È sempre diverso il coinvolgimento, cambia in ognuno di noi. Mille sapori nella stessa bottiglia, differente di giorno in giorno. Il vino vive e muore, e assaggiato oggi non sarò lo stesso di domani. A volte non arriviamo in tempo o sbagliamo l’anno. In verità è l’attimo, il contorno, chi ci circonda o il nostro esser soli in quel momento, a renderlo ancor più buono.

Il simbolo del Caduceo lo vedo fatto con un ramo di vite che s’attorciglia al posto del serpente. L’elica del tralcio che sale verso l’alto e s’avvinghia, DNA della Terra.
Nel raccontare il vino non ci si può esimere dal lasciare almeno una lieve traccia di quest’emozione nell’animo di chi legge. 

«Si crean ricordi. Un bicchiere alla volta».

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