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22 Feb 2015

In Italia lo sappiamo tutti, ci sono varietà d'uva molto differenti tra loro e che mantengono la loro tipicità , rispecchiando il territorio da dove provengono con livelli di qualità che raggiunge in certi casi l'eccellenza. Sono uve spesso nate da viti autoctone che hanno sopravvissuto al duro attacco della fillossera e che, riscoperte ultimamente, prima dell'estinzione definitiva, ritornano con forza a parlare delle nostre origini, riscoprendo quel bagaglio culturale ricco di storia ma soprattutto di sapori e profumi che altrimenti sarebbero andati persi. Tuttavia la temutissima fillossera ha favorito l'introduzione in Italia di vitigni internazionali che ben si sono acclimatati alle nostre latitudini anche grazie agli innesti fatti su "piede franco" di vite americana molto più resistente al terribile insetto, di quelle europee. Un esempio quasi scontato è il vitigno Chardonnay che possiamo trovare in quasi tutte le regioni vitivinicole del pianeta ma che riesce sempre a regalare emozioni qualche volta anche grandi.

Come il titolo di questo articolo dice e dopo la piccola introduzione, descriverà una degustazione, aprendo una parentesi storica, basata su vini diversi ma nati dalla stessa uva: lo Chardonnay. Non vuole pertanto essere una descrizione accademica, ricca di tecnicismi ma piuttosto un viaggio dal Nord al Sud d'Italia, dove questo vitigno riesce ad esprimersi in modo diverso pur mantenendo (quasi sempre), le sue caratteristiche principali: finezza ed eleganza.

 

Lo Chardonnay secondo alcuni studiosi ha origini mediorientali e secondo altri nasce da un incrocio tra Pinot Nero e Gouais blanc, un vitigno di origine slava usato per tagliare altri vini. Lo Chardonnay è stato a lungo confuso con il Pinot bianco, infatti in Francia, dopo la cosiddetta "piccola glaciazione" del 1709, ci fu una ricostruzione caotica dei vigneti dove appunto si trovavano vitigni come il Pinot nero, Gouais e tante altre viti selvatiche dando vita nel secolo successivo a incroci di viti spontanee. Nel 1870 il primo censimento delle uve riportava Pinot Blanc, Aligotè, Gouais, Pineau Blanc; solo in seguito si scoprà la vera identità dello Chardonnay nato appunto da un incrocio spontaneo. Il suo nome deriva da Chardonnay, omonimo paese del Maçonnais in Borgogna, ma un'altra Teoria dice che quest'uva provenga da Gerusalemme, dove grazie ai suoi terreni argillosi questo vitigno cresce benissimo. La parola Chardonnay ha origini ebraiche. Al ritorno dal Medio Oriente i primi crociati riportavano del vino che chiamavano "Porte de Die", traduzione del nome Ebraico"Shahar Adonay" che significa "la porta di Dio". Infatti Gerusalemme era contornata dai vigneti e nella città santa si accedeva attraverso delle porte che conducevano tutte al tempio di Dio.

Cominciamo questo viaggio dalla Sicilia, la regione e grande isola più meridionale,dove le temperature più miti non sono adattissime a quest'uva ma che invece un'azienda come  Baglio del Cristo di Campobello a Licata in provincia di Agrigento, ha saputo tirar fuori.
Il vino in questione si chiama Laudàri, è un 2013 e fa quattro mesi di barriques e dodici di bottiglia.
Si presenta subito bene, il colore paglierino carico ci fa pensare subito alla buona evoluzione e struttura e al naso c'è una discreta complessità , data da profumi che ricordano la crosta di pane, agrumi, tiglio, banana e una buona mineralità . In bocca si ritrova il calore della terra del Sud, scivola bene sul palato anche se non coglie le aspettative del naso. 

Risaliamo di poco lo stivale e con il secondo vino ci troviamo nel Salento, in Puglia
L'azienda Cantele ci propone il suo Teresa Manara 2013 di 13,5 gradi, un prodotto che a mio avviso si apprezza molto come aperitivo, accompagnato da cibi poco strutturati visto la sua delicatezza preannunciata da profumi di frutta e fiori come il mandarino, la banana verde, il gelsomino e il biancospino; un vino di medio corpo, uno Chardonnay diverso.

Dopo i primi due assaggi raggiungiamo le regioni centrali e ci fermiamo nel Lazio, nell'azienda di Paolo e Noemi d'Amico che ci propone non uno ma ben due vini della nostra uva in questione ma prodotti in modo diverso. Degustandoli alla cieca è stato non facile capire quale avesse fatto un affinamento in legno e quale no, percè il primo, l'IGT Lazio Chardonnay Falesia 2012 che ha avuto un passaggio in legno, non dava l'idea di un vino strutturato con delle nuances vanigliate tipiche di questa tipologia e nonostante un retrogusto dolce che ricordava il miele si riconosceva una buona acidità e mineralità . Assaggiando il secondo prodotto della casa il Calanchi di Vaiano 2012, ci si rende subito conto della differenza già dal colore più chiaro, un paglierino che non vira assolutamente verso nessun riflesso dorato ma mantiene perfettamente le caratteristiche di gioventù, confermate dalla sensazione lievemente carbonica in bocca accompagnata da una sapidità importante, cosa che toglie ogni dubbio sull'uso dell'acciaio anzichè della botte.

In Toscana invece ci lasciamo stupire dalla tenuta Capannelle di Gaiole in Chianti, nella zona storica del Chianti Classico. James Sherwood (fondatore ed azionista del gruppo Orient - Express Hotels LTD), ci propone il Capannelle Chardonnay 2011, con i suoi tredici gradi in alcol ha i numeri per essere considerato un vino di livello medio-alto, buona complessità e finezza, un ventaglio di profumi abbastanza ampio dove oltre ai fiori e frutti e fragranza tostata si riconoscono in maniera netta note di china e humus, sicuramente un vino con notevoli capacità di tenuta nel tempo.

Il sesto vino viene da Castiglion del Lago in provincia di Perugia, siamo quindi in Umbria, nell'azienda di Sabrina Morami che ci presenta il suo Cardissa 2013 Chardonnay che trascorre sei mesi in legno e imbottigliato unicamente in formato magnum per un totale di 400 bottiglie all'anno; è il vino che ha voluto creare per i suoi primi quarant'anni e nella bottiglia ritroviamo buone corrispondenze con il varietale anche se con una componente verde più evidente in sintonia con profumi di erbe aromatiche che probabilmente crescono in abbondanza in quell'ambiente che gode della vicinanza del Lago Trasimeno.

Il penultimo vino è alto-atesino, qui siamo a Termeno e improvvisamente ci troviamo su latitudini più fresche, dove i vigneti si arrampicano ripidi sulle Alpi e vengono lavorati con non poche difficoltà . ELENA WALCH tuttavia possiede i suoi vigneti su pendii non troppo estremi e beneficia di un'ottima esposizione al sole che garantisce benefiche escursioni termiche tra giorno e notte per un perfetto corredo acido-sapido dei suoi vini. Abbiamo assaggiato il Cardellino 2013 che subito ci mostra la sua nettezza dei profumi che si susseguono in maniera sequenziale, l'agrume in primis (pompelmo), ananas, mela golden (di cui nè è ricco l'Alto Adige), miele, erbe, burro, mandorla amara. Molto equilibrato in bocca oltre ad avere una lunga persistenza. L'immagine che salta in mente è quella di un cassetto ben ordinato con tutte le cose al suo posto.

Il tour finisce con un vino friulano proveniente dal Collio e prodotto dall'azienda TOROS. Questo Chardonnay del 2007 pur essendo non più giovane rinfresca le pupille per la sua spalla acida e un'importante sapidità e mineralità molto evidente, sicuramente un'eredità dei terreni calcarei del Friuli, un vino quindi persistente nel gusto, piacevole ed elegante che regala sensazioni agrumate come di cedro, pompelmo e mallo di noce e nespola.

Di questa degustazione è stato molto interessante comprendere come il territorio influisca a rendere unico un vino che nasce dallo stesso vitigno e soprattutto da un uva che se conosciuta nel profondo può dare infinite soddisfazioni.

Antonello Baglioni

Sono Antonello, ho 37 anni e da quando ne ho 14, fin dai tempi della scuola, lavoro nel mondo alberghiero e della ristorazione collezionando esperienze importanti e molto formative, fino a raggiungere una soddisfacente preparazione. L'interesse nutrito poi per il vino mi ha spinto a fare dei corsi e prendere il diploma dell' A.I.S. Ho lavorato come sommelier in un ristorante stellato e ho avuto la possibilità di stappare e assaggiare grandi etichette. La passione per il vino deve essere cullata e non lasciata morire, ecco perchè mi piacerebbe continuare a parlare e scrivere sul vino, oltre che ovviamente a degustare

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Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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