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Per amanti dei vini bianchi e rosè

Mentre parlavo con la figlia di Marco Carpineti e degustavo i loro vini, mi si avvicina un ragazzo giovane, che avrà avuto circa vent’anni; simpatico e semplice sembra capirne un po’ troppo per essere un semplice appassionato. L’occhio mi cade sulle sue mani, presentano quei graffi, quei bozzi e quelle escoriazioni tipiche di chi si da’ da fare in campagna. A quel punto gli pongo la classica domanda e con un accento laziale mi dice di essere il figlio del proprietario della Cantina Stefanoni e mi invita ad assaggiare i loro vini.

Guido Zampaglione è un personaggio del panorama enologico che mi incuriosisce molto, lo fa da quando ho bevuto per la prima volta un suo vino e la cosa si è aggravata quando ho letto il suo curriculum.

Formazione variegata cominciata con una laurea in economia a Napoli e proseguita con una specializzazione in Enologia e Viticoltura a Piacenza; un girovago nato a Napoli, passato per Piacenza ed alla fine ha deciso di piantare le radici in Piemonte dove coltiva 17 ettari di vigneto e produce vini che distingueresti tra centinaia!

Le donne del vino sono sempre di più, sempre più importanti. Non faccio altri nomi per non scontentare nessuno, soprattutto Elisabetta Foradori, di cui vi parlerò oggi, che meriterebbe molte più parole di quelle che riuscirò a dedicarle oggi.

Ero al Vinitaly, nell’area dedicata a ViViT, quando qualcuno, intromettendosi in una degustazione, a cospetto di signori vini prodotti seguendo degli specifici criteri, chiede un Solaris; la reazione di chi si occupava dello stand è educata, decisa ma elegante “Non trattiamo Solaris e spero che nessuno in questa sala ne abbia; è un vitigno artificiale”: Foradori, ci piace.

In Italia lo sappiamo tutti, ci sono varietà d'uva molto differenti tra loro e che mantengono la loro tipicità , rispecchiando il territorio da dove provengono con livelli di qualità che raggiunge in certi casi l'eccellenza. Sono uve spesso nate da viti autoctone che hanno sopravvissuto al duro attacco della fillossera e che, riscoperte ultimamente, prima dell'estinzione definitiva, ritornano con forza a parlare delle nostre origini, riscoprendo quel bagaglio culturale ricco di storia ma soprattutto di sapori e profumi che altrimenti sarebbero andati persi. Tuttavia la temutissima fillossera ha favorito l'introduzione in Italia di vitigni internazionali che ben si sono acclimatati alle nostre latitudini anche grazie agli innesti fatti su "piede franco" di vite americana molto più resistente al terribile insetto, di quelle europee. Un esempio quasi scontato è il vitigno Chardonnay che possiamo trovare in quasi tutte le regioni vitivinicole del pianeta ma che riesce sempre a regalare emozioni qualche volta anche grandi.

Come il titolo di questo articolo dice e dopo la piccola introduzione, descriverà una degustazione, aprendo una parentesi storica, basata su vini diversi ma nati dalla stessa uva: lo Chardonnay. Non vuole pertanto essere una descrizione accademica, ricca di tecnicismi ma piuttosto un viaggio dal Nord al Sud d'Italia, dove questo vitigno riesce ad esprimersi in modo diverso pur mantenendo (quasi sempre), le sue caratteristiche principali: finezza ed eleganza.

 

Il Manti 2010 è un vino bianco laziale da uve Chardonnay, fatto nella Tenuta Ronci di Nepi, un vino davvero poco pubblicizzato. Non lo conoscevo prima della settimana scorsa quando ho aperto la bottiglia che conservavo in cantina. E siccome sono rimasto veramente colpito dalla sua importanza, adesso ve lo racconto.

La Tenuta Ronci di Nepi si trova nella bassa Tuscia, a ridosso della riserva naturale del parco della Valle del Treja. L’azienda iniziò l’attività una trentina di anni fa conducendo un paio di ettari di vigneto: oggi gli ettari vitati superano la ventina, in continua lenta crescita.

La zona è prevalentemente collinare, con un clima che favorisce gli sbalzi termici, sia tra le stagioni che tra notte e giorno. In genere, infatti, la temperatura tende ad essere fredda d'inverno e calda d'estate. Il Manti viene prodotto da uve coltivate a circa 400 metri sul livello del mare con un’ottima esposizione a sud-est.
Il territorio è di origine vulcanica, con un elevato contenuto di argilla e tufo. Parliamo di una tipologia di terreno particolarmente adatto per la coltivazione dell’uva. Il sistema di allevamento della vite è il Cordone Speronato, con una densità d’impianto di 4000 ceppi per ettaro. La resa per ettaro delle uve è particolarmente contenuta, non superando i 60 quintali.

Verdicchio dei Castelli di Jesi 2013 Classico Superiore Andrea Felici

Recentemente ho ricevuto un bel regalo di Natale! Cosa? Del vino ovviamente.
Un amico, recatosi nella mia enoteca di fiducia, si è fatto consigliare dal proprietario, che conosce molto bene i miei gusti, e mi ha comprato alcuni prodotti.
Tra i vini che ha scelto spicca Il Cantico della Figura, un Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva DOCG. Non l’ho mai bevuto e non ho mai assaggiato la sua versione “base”: oggi colmerò la seconda delle mie lacune.
Premetto che in enoteca non hanno sbagliato il consiglio: sono un fan del Verdicchio, vino dalle grandi potenzialità, che a mio parere è da menzionare quando si parla dei migliori bianchi italiani.
Conosco bene le Marche, ci ho vissuto qualche tempo, è una terra bella, spesso sottovalutata, fatta di distese verdi e tranquillità. L’azienda agricola biologica Andrea Felici ha sede ad Apiro, ai piedi del Monte San Vicino ed a circa 516 metri sul livello del mare; qui, a dominare il paesaggio incantevole c’è lui: il Verdicchio! Coccolato da escursioni termiche importanti tra giorno e notte, cullato dai venti e viziato dal clima asciutto: ottime premesse per un buon prodotto.
I marchigiani sono persone decise e senza fronzoli: due vini soli, un unico tipo di vitigno; solo Verdicchio, null’altro.

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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