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Per amanti dei vini bianchi e rosè

Vi voglio raccontare un altro vino bianco degustato quest’estate: il Cervaro della Sala 2005. Un grande vino, creato nella tenuta umbra Castello della Sala di Antinori, famiglia del vino arrivata alla ventisettesima generazione in oltre sei secoli di storia.

La Marchesi Antinori opera nel mondo del vino ininterrottamente dal 1385. L’azienda oggi possiede diverse tenute sparse principalmente tra Toscana ed Umbria, in alcune prestigiose zone vitivinicole come il Chianti Classico, Bolgheri o Montalcino. Ma, con il tempo, la proprietà si è ampliata, con investimenti in altre aree vocate per la produzione di vini di qualità, tanto che oggi la Marchesi Antinori rappresenta la più grande realtà vitivinicola privata in Italia.

Castello della Sala si estende per ben cinquecento ettari, dei quali centoquaranta condotti a vigneto su suolo argilloso e ricco di fossili del Pliocene di origine sedimentaria e vulcanica. La tenuta si trova a diciotto chilometri da Orvieto vicino confine regionale della Toscana, in prossimità del fiume Paglia e della vetta del Monte Nibbio. I vigneti sono impiantati tra i 200 ed i 400 m slm e sono sovrastati dal Castello della Sala che li domina dai suoi 534 metri d’altitudine. Il Castello, risalente al 1350, venne acquistato nel 1940 dal Marchese Niccolò Antinori assieme all’intera proprietà costituita da ventinove poderi oltre che da estesi boschi. In effetti, originariamente l’acquisizione venne effettuata per la particolare vocazione di questo terroir per la coltivazione di uve a bacca bianca. Proprio come lo Chardonnay e il Grechetto, le uve utilizzate nel blend del Cervaro della Sala.

Alto Adige, terra di confine e di vigneti. Terra che si contraddistingue da molto tempo per un comparto vitivinicolo caratterizzato da un sistema associativo molto evoluto. Qui le cantine sociali riescono a coniugare le esigenze spesso contrapposte dell’elevatissima qualità dei vini prodotti e del reddito garantito ai soci conferitori.

In questo contesto emergono alcune cantine private, molte a conduzione familiare. Una di queste è Elena Walch, nome della titolare dell’omonima azienda ormai nota in Italia e all’estero, azienda che con 55 ettari di vigneto coltivato in regime di elevata sostenibilità, oltre a una cantina tecnologicamente avanzata ed ecocompatibile, ha certamente contribuito alla rivoluzione qualitativa dell’Alto Adige.

I vini di Elena Walch devono rispettare un basilare principio: essere cioè l’espressione del proprio terroir, quindi del territorio in cui è prodotto, nonché del clima caratterizzato dalle grandi escursioni termiche e delle attività necessarie alla sua produzione. Ogni vigneto deve essere condotto rispettando le proprie peculiarità in modo tale che possa essere lasciato in eredità alle prossime generazioni. Arricchimento del suolo con sostanze organiche e residui del legni di potatura, rinuncia all’uso di erbicidi, estensione delle pratiche della coltivazione biologica, defogliamento e antagonismo biologico per il contrasto dei parassiti: sono soltanto alcuni dei principi adottati in azienda nella conduzione della vigna in un’ottica di rispetto e di tutela dell’ambiente.

Il nostro lungo tour tra i vini dell’azienda del bufalo, la San Salvatore, passa oggi per un Greco vinificato in purezza: parliamo di Elea I.G.P. Paestum Bianco 2012. 

Nasce da uve provenienti da vitigni allevati a spalliera con potatura guyot a circa 140 metri sul livello del mare, che affondano le radici in terreni argillosi e sono esposti a sud-sud ovest.

Abbiamo degustato uno dei vini di punta dell’azienda vinicola Planeta. Questo produttore siciliano opera di fatto soltanto dalla metà degli anni ’90 del secolo scorso, nonostante la tradizione agricola della famiglia risalga addirittura al ‘500. Tanto che la proprietà dell’azienda è condivisa tra una quindicina di cugini.

Il vino degustato, in realtà, nel corso del tempo è diventato uno dei simboli più noti della rinascita enologica dell’isola: parliamo dello Chardonnay del millesimo 2005, annata ormai non più in commercio da tempo.

Oggi Planeta rappresenta una dei principali protagonisti del movimento vinicolo della Sicilia con oltre 360 ettari di vigneti distribuiti in sei differenti tenute situate nelle zone più vocate dell’isola: Ulmo a Sambuca di Sicilia, Dispensa a Menfi, Dorilli a Vittoria, Buonivini a Noto, Feudo di Mezzo sull'Etna a Castiglione di Sicilia e La Baronia a Capo Milazzo. Tutti i vigneti sono stati piantati direttamente dalla famiglia successivamente alle varie acquisizioni. Oltre due milioni le bottiglie prodotte, più della metà esportate.

Oggi vi parleremo di due gemelli diversi: Perda Pintà e Perda Pintà sulle bucce della Cantina Giuseppe Sedilesu.

Prima però vi introduciamo un vitigno non troppo conosciuto, un autoctono sardo dal quale sono ottenuti entrambi i vini: si tratta della Granazza (o Granatza).

Un vitigno bianco sovrastato dal più conosciuto (rosso) Cannonau e tenuto da questo sempre in secondo piano. Le viti crescono soprattutto a Mamoiada, zona della cantina Sedilesu, ma anche a Orgosolo ed Oliena.

Un vitigno antico definito troppo spesso come “adatto a preti e donne” per via del suo gusto amabile.

Il vitigno è stato riscoperto proprio dai Sedilesu che dal 2002 vinificano queste uve in purezza, con e senza buccia; mentre molti produttori sardi, usavano questo nettare per rendere il Cannonau “non D.O.C.” più leggero e beverino.

Appetito che bussa allo stomaco, auto nei pressi di uno dei tuoi ristoranti preferiti della zona: ti fermi.

Sono da Mamma Perdonami, in provincia di Padova, il clima è caldo ma reso piacevole dal venticello, le aiuole sono verdi e ben curate ed affiancate dalle erbette aromatiche usate in cucina: deciso ci sediamo all’esterno!

Il menù varia spesso oggi però mi va una bella grigliata di pesce, semplice ed efficace! Da bere? Stranamente non penso: Sauvignon scegli tu quale!

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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