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23 Ago 2013

Agosto 2013, dopo un lungo viaggio in treno, arrivo finalmente sulle pendici dell’Etna. Il vulcano, che sembra non abbia ancora perso il vizio, mi accoglie fumando. Il sole alto e caldo illumina con una vivissima luce le vigne etnee. Da qui inizia il mio breve racconto sui giorni in cui sono stato ospite del vulcano più alto d’Europa. Per gli spostamenti uso una vecchia, quanto indistruttibile panda bianca di primi anni ’90, senza autoradio, senza aria condizionata. Autovettura che nelle grandi metropoli trova spazio solamente nelle mostre e concorsi di auto appassionati, qui è uno tra i veicoli più diffusi e richiesti; sembra che il mercato di una panda old style si aggiri sui millecinquecento euro!...insomma un vero affare per chi non riuscendo a capire la grandiosità di una incrollabile meccanica, lascia arrugginire il modello più in voga nelle strade etnee, in scuri garage.

 

Vecchi palmenti (luoghi in cui si vinificava il vino fino a qualche decennio fa) sono stati trasformati in accoglienti strutture ricettive, il tutto costruito con le nere pietre laviche. Abitazioni che pur sopportando un sole rovente per quasi quattordici ore, riescono la sera ad accogliere l’ospite con una tanto naturale quanto gradevole fresca temperatura. Una strada tortuosa attraversa vigne, recenti colate laviche e micro agglomerati di case dominate da una fontanella e un piccolo bar. Questo è l’Etna con i suoi abitanti e con le sue costruzioni, ma questo non era sufficiente a spingermi a mettermi in viaggio per più di dieci ore di treno. La mia curiosità è per la sua terra, per le sue vigne, per le sue cantine, o più semplicemente per gli uomini che stanno rendendo celebre un luogo che sembra essere fuori dal tempo e dallo spazio. Le vigne etnee crescono su terreni sabbiosi di origine vulcanica ricchi di sostanze minerali. Alla vista il suolo vira su sfumature di marrone tendente al granato. Al tatto la sensazione che si ha strofinandosi un po’ di terra fra le dita è quella di toccare la cipria, per la sua capacità di cedere il suo calore e colore sulle mani. Una terra che sprigiona tutta la sua fertilità al suo primo incontro. Da un punto di vista enologico possiamo dividere la viticoltura etnea in due macro zone. La prima coincide con la parte sud-est-est, coincidente con i comuni di Milo e Zafferana. La seconda con i terreni posti sul versante nord-est, dove sorgono i piccoli comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo. Le aziende che si trovano a sud-est-est sorgono su suoli con colate vulcaniche vecchie di quasi un millennio di anni. Terreni poco profondi, ben arieggiati che danno direttamente sul mare con una esposizione ai raggi del sole minore del versante nord-est. Le escursioni termiche tra giorno e notte si aggirano sui 10-15°, una decina di gradi in meno rispetto alla parete rivale. Per queste caratteristiche questo pendio è il più adatto alla produzione di vini bianchi, i quali seppur con una grande struttura mancano della vivace freschezza a cui ci hanno abituati i nostrani vini alpini. Sulle vigne più “nordiste” terreni più profondi, vigne centenarie e la protezione dei monti Nebrodi garantiscono ai produttori di questa zona, vini che riescono a sprigionare tutta la loro isolana personalità senza nulla perdere in raffinatezza, profondità e persistenza. Qui la produzione di aggira sulle quarantamila bottiglie, a fronte di una media di circa venti ettari per produttori, contro le centocinquantamila bottiglie del lato opposto al vulcano. Le vigne ad alberello sono presenti in piccoli appezzamenti, mentre il resto della vigna è piantato a corsone speronato, guyot e alberello addomesticato. Si potrebbe parlare di terroir, di cru, ma il francese poco si sposa con questa terra tanto accogliente quanto sincera nel descrivere le sue origini. Esiste un modo tutto siciliano per esprimere le differenze tra i terreni, le altitudini e l’età delle colate laviche: è quando si parla di contrade. Termine promosso dalle stesse aziende vinicole che si incontrano una volta l’anno presso l’azienda Passopisciaro per dare luogo all’evento di confronto tra le diverse espressioni del Nerello, denominato appunto: Le contrade dell’Etna. Alla vista il suolo vira su sfumature di marrone tendente al granato. Al tatto la sensazione che si ha strofinandosi un po’ di terra fra le dita è quella di toccare la cipria, per la sua capacità di cedere il suo calore e colore sulle mani. Una terra che sprigiona tutta la sua fertilità al suo primo incontro. Fino a qualche anno fa l’acquirente avrebbe fatto fatica a distinguere i vini tra i diversi versanti del vulcano senza una particolare conoscenza del territorio e delle aziende, ma nei prossimi anni accanto alla dicitura di denominazione comparirà il nome della contrada da dove provengono le uve. Una svolta diretta ad una comunicazione migliore del territorio, una scommessa per le aziende più conosciute che rinunceranno al loro marchio per valorizzare il luogo dove la vite sfida la lava e il sole, dove gli uomini generano i grandi vini del vulcano.

Danilo Jesus Giglio

GIGLIO Danilo Jesus, 27 anni, Sommelier, alunno del 1° Bibenda Executive Master. Laureato in Scienze Politiche. Segni particolari: curioso e innamorato del paese più bello e ricco al mondo (l'Italia!).

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