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11 Dic 2014

Abbiamo già incontrato la cantina irpina Terredora e i suoi vini. Un anno fa siamo stati con Paolo Mastroberardino al Ristoro degli Angeli, trattoria romana, durante una cena-degustazione che abbinava ad alcuni piatti della cucina tipica, quattro dei vini terredora. Quest’anno sono stato invitato da Paolo all’evento “pomeriggi in cantina”, seminario di approfondimento sul territorio e sulla realtà aziendale con una degustazione di una selezione di vini Terredora non più in commercio.
L’appuntamento è per le 16 presso la cantina a Montefusco: parto da Roma all’una e mezza del pomeriggio e mi accingo a percorrere i 275 km verso l’Irpinia, per raggiungere l’azienda vinicola. Arrivo qualche minuto dopo le 16 pensando di essere in ritardo. Per fortuna faccio anche in tempo a essere intrattenuto, assieme ad una dozzina di astanti, da Walter, il capostipite della famiglia e papà di Paolo. Una dozzina di degustatori, cioè più o meno il numero che avevo immaginato. Ma commettevo un grosso errore di valutazione.
Quando tutto è pronto arriva Paolo che saluto, come fanno le altre persone presenti in sala. Ci invita a seguirlo e, uscendo dalla stanza dell’accoglienza, mi accorgo subito che saremo di più. Molti di più ..
Ci incamminiamo verso la cantina, dove, nel locale con l’impianto d’imbottigliamento, è apparecchiata una tavola con 70 postazioni. Scelgo il mio posto e noto subito di avere ben 12 calici di fronte a me. Paolo introduce la degustazione raccontando che cosa faremo, quali vini degusteremo con l’obiettivo di capire il territorio e i più nobili vitigni che vi si coltivano. Ci illustrerà, inoltre, la filosofia aziendale con cui si fa il vino e, in definitiva, ci farà scoprire la capacità di evoluzione di questi vini, indipendentemente dall’uva con cui sono fatti e dell’annata vendemmiale.
Programma esaltante: la mente sfiora il pensiero che dovrò poi percorrere altri 275 km per tornare a casa, sapendo, tra l’altro, che mi sarei fermato in cantina anche per cena. Poi scaccio il pensiero e focalizzo l’attenzione sulla maestosità della tavola e sulla sua esaltante location: 840 bicchieri apparecchiati in cantina, non ci può essere situazione più emozionante.

Paolo ci presenta quindi l’azienda, riferisce delle sue principali vicende e ci racconta dei vigneti nei comuni irpini dove si coltivano le uve. 200 ettari coltivati con i principali vitigni campani: dall’Aglianico al Fiano, dal Greco alla Coda di Volpe alla Falanghina. Ci presenta quindi i vini che degusteremo, nell’ordine: il Fiano di Avellino Campore delle annate 2010, 2009 e 2007; il Greco di Tufo Loggia della Serra 2009; il rosato RosaeNovae 2013, forse l’unico dei vini pensato per essere bevuto soltanto da giovane; il Taurasi Fatica Contadina 2009; il Taurasi Pago dei Fusi dei millesimi 2008, 2007 e 2005; e infine il Taurasi CampoRe Riserva 2007, 2006 e 2003.
Man mano che andiamo avanti, Paolo ci fornisce le informazioni essenziali sui cru aziendali, sugli andamenti climatici delle annate dei vini in degustazione (con i quali copriamo praticamente l’arco temporale di un decennio). Ma l’obiettivo di questo racconto, non è quello di dettagliare la degustazione tecnica a cui abbiamo partecipato. Né tanto meno quello di fare un resoconto dell’andamento del clima in Irpinia durante questa prima parte degli anni 2000. Vorrei invece focalizzare l’attenzione sul vino che forse mi ha maggiormente colpito. Ma non perché migliore degli altri. Ritengo sia francamente impossibile optare per uno di questi vini seguendo questo criterio. La scelta è caduta sul vino-emblema di cosa può dare quella grande uva che è l’Aglianico, se è lavorata correttamente in vigna e in cantina in relazione all’andamento climatico di quella specifica annata.
Dopo lunga riflessione e non pochi tentennamenti, la scelta è caduta sul Taurasi Pago dei Fusi 2005. È un grande vino, fatto con uve Aglianico in purezza, uve che provengono dai vigneti situati in Petradefusi, sulle colline sovrastanti la valle del fiume Calore. In vigna le uve sono selezionate e raccolte a mano, mentre in cantina la macerazione sulle bucce dura 12 giorni a temperatura controllata (28°C). A fermentazione completata, il vino sosta per 14 mesi in barrique per continuare l’affinamento per almeno altri 24 mesi in bottiglia. “Almeno” ci sembra un termine quanto mai appropriato in un caso come questo.
L’annata è molto buona seppur non eccellente come la 2004 che l’ha preceduta (e che non era in degustazione). Il clima, generalmente più umido, ha fatto sì che la maggiore freschezza si vedesse sin dalla concentrazione cromatica del vino. Che ci è apparso di una veste rubino ancora profondo, con un orlo granato appena accennato. Fa impressione il contrasto con il 2007 (annata 5 stelle) e con la 2008 (molto simile alla precedente per andamento climatico), che si presentano con una intensità cromatica decisamente meno accentuata. Bellissima la lucentezza del campione che raccontiamo. Roteando il bicchiere, come tutti gli altri Taurasi in degustazione forma lacrime spesse che scendono lentamente, segno della grande struttura del vino.
Al naso il vino è intenso, ampio con profumi ancora di piccoli frutti rossi in confettura che lasciano spazio a sentori più terziarizzati di sottobosco, fungo, speziato di pepe nero e chiodi di garofano, un accenno di tabacco e liquirizia nel finale. La complessità della frazione aromatica è davvero esemplare. In bocca il vino bilancia l’alcol e la morbidezza maestosi con una frustata di freschezza e con il tannino, setosissimo ma di enorme spessore. Intenso e molto persistente (resta in bocca per minuti!) con ritorni retrolfattivi balsamici, il vino dimostra di essere armonico e di essere appena entrato nella sua maturità. La sua grande freschezza ci fa presagire ancora un lungo percorso sulla strada dell’evoluzione. Vino da abbinare sin da oggi ai grandi arrosti di cacciagione e a formaggi particolarmente stagionati.
Davvero un grandissimo Taurasi, magistrale espressione di Aglianico che proviene da questo fortunato territorio e della bravura dell’uomo che vi lavora. Di Paolo e della sua squadra che ringraziamo per le emozioni che ci regalano.

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Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

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