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Scopriamo chi ha lavorato al vino

Sono stato a Barolo e ho visitato la cantina tradizionale dei Marchesi di Barolo, cantina che a pieno titolo fa parte della storia vinicola delle Langhe e non solo. Durante la visita, ho avuto l’opportunità di trascorrere una buona mezza giornata in compagnia di Ernesto Abbona. Oltre ad essere il proprietario, Ernesto è esponente della quinta generazione della famiglia che dal 1929 guida la cantina, sin da quando, cioè, Pietro Emilio Abbona, già produttore di Barolo, riuscì ad acquistare la tenuta dall’Opera Pia Barolo, fondata nel corso del secolo precedente direttamente dalla Marchesa Juliette Colbert de Maulévrier. La Marchesa, vedova di Tancredi Falletti, Marchese di Barolo, francese di nascita e abituata al gusto dei grandi rossi che in quell’epoca si facevano già oltralpe, fu colei che, assieme all’enologo Oudart e al Conte di Cavour, inventò praticamente il Barolo moderno.

Ernesto mi ha accompagnato per tutto il tempo disponibile, guidandomi nelle cantine storiche e facendomene visitare i principali ambienti: la bottaia, la bariccaia, il locale con i silos in acciaio, la cantina storica dove affinano bottiglie più o meno recenti. Abbiamo affrontato tanti temi, da quelli agronomici alle macerazione dei Nebbioli, dall’uso dei legni a questioni squisitamente commerciali. Senza dimenticare anche qualche aneddoto personale e familiare.

In effetti, all’inizio, sicuramente a causa della mia emozione, mi sentivo confuso e disorientato. Mi trovavo all’interno di uno dei luoghi che hanno fatto la storia del Barolo e conversavo con un esponente di una delle principali famiglie che hanno contribuito a crearla. Anzi, addirittura con chi di fatto continua la tradizione dei leggendari personaggi già ricordati. Parlando di vino, però, l’emozione è evaporata nel giro di pochi minuti, più velocemente dell’anidride carbonica che si crea durante la fermentazione alcolica dei vini ... dopo poco avevo già la sensazione di conoscere Ernesto da tempo.

 

Di vini e cantine abruzzesi ci piace parlare. L’Abruzzo è una terra piena di belle realtà, sia storiche che giovani, che producono ottimi vini.

Tra queste abbiamo già parlato di Torre dei Beati azienda emergente con sede a Loreto Apruntino e del loro Mazzamurello 2010.
In questi giorni ho avuto il piacere di conoscere Adriana Galasso e Fausto Albanesi, proprietari della cantina; persone molto gentili e pacate. Mi sono soffermato in particolare a scambiare delle un bel po’ di parole con Fausto, una persona che mi ha colpito molto.
Fausto ha quella comicità innata non fatta di battute esilaranti e fragorose risate. Fausto fa ridere e sorridere con la sua sottile ironia (ed autoironia), col suo fare pacato, il tono di voce e la mimica il tutto coadiuvato da una vena sarcastica ed il cervello di una persona molto intelligente.
Fausto è un ingegnere illuminato dalla passione per il vino e la sua azienda è il frutto di una miscela tra pratica, razionalità e “testa” da un lato e cuore dall’altro (che resta però sempre ben saldo al cervello!).
Torre dei beati è per la tradizione, ma anche per la sperimentazione; “Non per forza la tradizione da’ buoni risultati, su alcune cose per fortuna c’è stato il progresso”.
In questa azienda si produce in biologico per il bene di chi lavora in azienda, ma Fausto (ed anche io a dire il vero), non crede che sia un milligrammo di pesticidi a far male a chi consuma vino, ma il quantitativo utilizzato tra le viti lede certamente a chi ci lavora tutti i giorni a contatto ed all’ambiente.

Vino antico, i romani chiamavano “Lambrusche” o “Labrusche” le viti selvatiche che si arrampicano spontanee sugli alberi dei boschi appenninici da cui si ricavava un vino aspro e raschiante. 

Molta acqua è passata sotto i ponti, oggi questo vino rappresenta l’Italia nel mondo,con numeri da capogiro, spumante rosso dal gusto internazionale, amato dai giovani.
Purtroppo, la qualità non sempre è stata uno dei cardini della produzione di questo vino e spesso ci siamo trovati di fronte a bottiglie discutibili, frutto di alte rese in vigna vendute a prezzi stracciati e chiuse con irrispettosi tappi in plastica che non rendevano merito a questo antichissimo vitigno.

Quante volte vi capita di essere incuriositi da un vino a causa dell’etichetta o del nome della cantina? Succede a tutti, anche a me. Stavolta mi sono chiesto il perché la famiglia Spiniello abbia deciso di chiamare Crypta Castagnara la propria cantina! 

La risposta è semplice, la loro sede è a Grottolella, nella provincia di Avellino, un paese di circa 1000 anime nel bel mezzo dell’Irpinia. Cosa c’entra? Il comune anticamente era chiamato nel XII secolo Crypta Castagnaria (Grotta Castagnara) e da lì ovviamente deriva il nome di quest’azienda che francamente non conoscevo.

La produzione inizia in un periodo non ben precisato, pare che la famiglia Spiniello faccia da sempre vino! Il “vino di Cardone” lo chiamavano così a causa del soprannome del trisavolo Domenico ed è per questo che il cardo è l’emblema dell’azienda.

Abbiamo già incontrato la cantina irpina Terredora e i suoi vini. Un anno fa siamo stati con Paolo Mastroberardino al Ristoro degli Angeli, trattoria romana, durante una cena-degustazione che abbinava ad alcuni piatti della cucina tipica, quattro dei vini terredora. Quest’anno sono stato invitato da Paolo all’evento “pomeriggi in cantina”, seminario di approfondimento sul territorio e sulla realtà aziendale con una degustazione di una selezione di vini Terredora non più in commercio.
L’appuntamento è per le 16 presso la cantina a Montefusco: parto da Roma all’una e mezza del pomeriggio e mi accingo a percorrere i 275 km verso l’Irpinia, per raggiungere l’azienda vinicola. Arrivo qualche minuto dopo le 16 pensando di essere in ritardo. Per fortuna faccio anche in tempo a essere intrattenuto, assieme ad una dozzina di astanti, da Walter, il capostipite della famiglia e papà di Paolo. Una dozzina di degustatori, cioè più o meno il numero che avevo immaginato. Ma commettevo un grosso errore di valutazione.
Quando tutto è pronto arriva Paolo che saluto, come fanno le altre persone presenti in sala. Ci invita a seguirlo e, uscendo dalla stanza dell’accoglienza, mi accorgo subito che saremo di più. Molti di più ..
Ci incamminiamo verso la cantina, dove, nel locale con l’impianto d’imbottigliamento, è apparecchiata una tavola con 70 postazioni. Scelgo il mio posto e noto subito di avere ben 12 calici di fronte a me. Paolo introduce la degustazione raccontando che cosa faremo, quali vini degusteremo con l’obiettivo di capire il territorio e i più nobili vitigni che vi si coltivano. Ci illustrerà, inoltre, la filosofia aziendale con cui si fa il vino e, in definitiva, ci farà scoprire la capacità di evoluzione di questi vini, indipendentemente dall’uva con cui sono fatti e dell’annata vendemmiale.
Programma esaltante: la mente sfiora il pensiero che dovrò poi percorrere altri 275 km per tornare a casa, sapendo, tra l’altro, che mi sarei fermato in cantina anche per cena. Poi scaccio il pensiero e focalizzo l’attenzione sulla maestosità della tavola e sulla sua esaltante location: 840 bicchieri apparecchiati in cantina, non ci può essere situazione più emozionante.

Incastonato tra le colline senza fine che sembrano rincorrersi in un susseguirsi di vigneti e campi coltivati, il Castello di Neive, con superba eleganza, sembra quasi volerle sorvegliare. Lo sguardo si perde in quel panorama, tra torri e borghi,come se il tempo si fosse fermato.
Sarei stata per ore a guardare il mondo oltre il muretto della città anche se, durante la mia visita, un velo di nebbia copriva con dolcezza tutto quel paradiso piemontese; anche il Castello era avvolto in un alone di mistero e fascino.
Come ogni sommelier, amo toccare, sentire con le orecchie e con il naso ed assaggiare emozionandomi nel luogo e nell'azienda dove il vino viene prodotto.
Questa voglia, stavolta è amplificata e lo sarebbe forse per chiunque, sapendo che ad accoglierti in azienda c'è un impagabile Italo Stupino e il suo enologo Claudio Roggero.
Italo Stupino attuale proprietario della "Azienda Agricola Castello di Neive", ha il merito di aver riscoperto l'Arneis come vitigno di qualità, poiché aveva compreso l'importanza e la tipicità del vino che se ne ricavava.
Si rivolse ai docenti della facoltà di agraria di Torino, in particolare al professor Eynard, che gli suggerì di impiantare un vigneto sperimentale per poter meglio studiare e scegliere così i giusti cloni. Da quel giorno fino ad oggi l'Arneis si è installato nel vigneto chiamato Cascina Montebertotto, parte integrante della Cascina Messoirano.
Questi territori furono acquistati dal nonno di Italo poiché ritenuti idonei alla coltivazione della vite come tutti gli altri ettari in possesso del Castello.
Claudio Roggero, durante la mia visita alla nuova cantina, mi ha spiegato che " i territori del Castello di Neive sono stati tutti acquisiti secondo una corretta visione enologica ed un corretto studio del terroir e dell’esposizione, per favorire le esigenze di ogni singolo vitigno. Altri territori appartenenti all'azienda ritenuti però inadatti per la coltivazione della vite sono stati occupati dai noccioleti ".

Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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