Vini piemontesi

Tutto sulla produzione di vino di qualità ed eccellenza piemontese. Degustazioni e descrizione dettagliata dei principali vini della regione.

Torniamo a parlare di Antonio Bellicoso, produttore di Montegrosso d’Asti che abbiamo intervistato in passato e di cui abbiamo recensito i vini di precedenti annate. Sono andato a trovarlo in azienda degustando i nuovi millesimi. Raccontiamo ora la Freisa d’Asti 2013.

 

Al termine della visita in cantina, pranzo con Ernesto Abbona, Presidente della Marchesi di Barolo, nella foresteria, raffinato ristorante all’interno dell’azienda. È stato servito un menu degustazione a cui sono stati accostati alcuni dei vini più rappresentativi dell’azienda. E qualche chicca ...

Cominciamo con una Barbera d’Alba Piagal 2012, fresca, profumata, perfetta con l’antipasto. Quindi ad uno ad uno i tre cru di Barolo annata (2011): prima il Costa di Rose, poi il Cannubi, quindi il Sarmassa. Il primo profumatissimo, floreale. Mai nome di un cru è stato così appropriato. Dopo qualche minuto di sosta nel calice si apre a sentori di cipria e a note fruttate, tabacco, liquirizia dolce e mentuccia. Etereo. Il Cannubi appare subito elegante, con profumi più profondi, fruttati in confettura e di sottobosco, tabacco e balsamici: raffinato ed equilibrato. Il Sarmassa è più austero, mascolino, è rimasto chiuso per oltre venti minuti per poi aprirsi lentamente a note di viola, china e sentori terrosi di fungo e tartufo. Torniamo più volte sui calici già riempiti, mentre via via ne portano altri per versare il vino successivo.

Siamo così passati al Barolo 2010, il Barolo della tradizione, assemblaggio di diversi cru aziendali. Fruttato ed equilibrato. Piacevolissimo. Poi arriva il Cannubi 2005, dalla singolare etichetta color verde. “Questa etichetta è stata scelta per differenziare questo vino dal Cannubi che è stato imbottigliato alcuni anni fa. Questo è rimasto in affinamento per molto più tempo ed è stato quindi imbottigliato di recente”. Noi appassionati corriamo quindi il “rischio” di imbatterci in due Barolo Cannubi 2005 dei Marchesi di Barolo che hanno seguito due strade differenti. Subito sentori di canfora e una profumatissima violetta ancora fresca, che lasciano presto spazio a note più terziarizzate di tabacco, caffè, noce moscata e alloro.

Sono stato a Barolo e ho visitato la cantina tradizionale dei Marchesi di Barolo, cantina che a pieno titolo fa parte della storia vinicola delle Langhe e non solo. Durante la visita, ho avuto l’opportunità di trascorrere una buona mezza giornata in compagnia di Ernesto Abbona. Oltre ad essere il proprietario, Ernesto è esponente della quinta generazione della famiglia che dal 1929 guida la cantina, sin da quando, cioè, Pietro Emilio Abbona, già produttore di Barolo, riuscì ad acquistare la tenuta dall’Opera Pia Barolo, fondata nel corso del secolo precedente direttamente dalla Marchesa Juliette Colbert de Maulévrier. La Marchesa, vedova di Tancredi Falletti, Marchese di Barolo, francese di nascita e abituata al gusto dei grandi rossi che in quell’epoca si facevano già oltralpe, fu colei che, assieme all’enologo Oudart e al Conte di Cavour, inventò praticamente il Barolo moderno.

Ernesto mi ha accompagnato per tutto il tempo disponibile, guidandomi nelle cantine storiche e facendomene visitare i principali ambienti: la bottaia, la bariccaia, il locale con i silos in acciaio, la cantina storica dove affinano bottiglie più o meno recenti. Abbiamo affrontato tanti temi, da quelli agronomici alle macerazione dei Nebbioli, dall’uso dei legni a questioni squisitamente commerciali. Senza dimenticare anche qualche aneddoto personale e familiare.

In effetti, all’inizio, sicuramente a causa della mia emozione, mi sentivo confuso e disorientato. Mi trovavo all’interno di uno dei luoghi che hanno fatto la storia del Barolo e conversavo con un esponente di una delle principali famiglie che hanno contribuito a crearla. Anzi, addirittura con chi di fatto continua la tradizione dei leggendari personaggi già ricordati. Parlando di vino, però, l’emozione è evaporata nel giro di pochi minuti, più velocemente dell’anidride carbonica che si crea durante la fermentazione alcolica dei vini ... dopo poco avevo già la sensazione di conoscere Ernesto da tempo.

 

Siamo a Serralunga d’Alba, nella zona sud-orientale del comparto produttivo del Barolo. Da un punto di vista geologico, il territorio è emerso dal mare in un’epoca più antica, nel periodo cosiddetto Serravalliano, circa 15 milioni di anni fa. Sul versante ovest del territorio comunale, nella parte rivolta verso il paese di Monforte d’Alba, si estendono i 12 ettari di vigneto di proprietà della cantina della famiglia Pira, oltre metà dei quali coltivati a Nebbiolo da Barolo.

Tre i differenti vigneti storici e rinomati in cui il Nebbiolo da Barolo viene prodotto: il Marenca, il Margheria e il Vigna Rionda. Oltre a questi, l’azienda conduce anche il vigneto Le Rivette, le cui uve concorrono alla produzione del Barolo del Comune di Serralunga.

Il terreno in cui si trovano questi cru è composto dalle cosiddette Formazioni di Lequio, ossia da marne grigie alternate ad arenarie costituite da sabbie silicee, che, in presenza di carbonato di calcio e ferro, prendono una tonalità di colore tendente al bruno. Questa composizione del terreno, assieme a una viticoltura molto attenta alle basse rese, è responsabile dell’austerità che caratterizza molti dei Barolo di Serralunga, come anche della durezza della trama tannica. Altra connotazione tipica di questi grandi vini è la necessità di farsi attendere nel tempo per la loro migliore espressione e, più in generale, per una loro maggiore longevità.

 


Abbiamo già discusso del Ruchè di Castagnole Monferrato a proposito dei vini di Montalbera e di Franco Morando. Torniamo a parlarne per raccontare l’Opera Prima di Luca Ferraris, una differente interpretazione del Ruchè e del suo territorio.

La denominazione – che ricordiamo è Docg dal 2010 – si estende per 136 ettari in 7 comuni del Monferrato Astigiano. Nel comparto, un’ottantina di aziende vinificano differenti versioni di Ruchè, vino di nicchia prodotto con l’omonimo e raro vitigno autoctono. 

L’uva, che certamente non si distingue per l’importanza del corredo polifenolico della buccia, normalmente darebbe vita ad un vino profumato, con delicati sentori floreali, certamente poco adatto all’invecchiamento. Il progetto Opera Prima ribalta questo paradigma, diventando l’emblema di come l’interpretazione del territorio, unita all’accurato lavoro in vigna e in cantina, possano portare a risultati davvero sorprendenti.

Ma andiamo con ordine.

Siamo passati dallo stand di Brezza ed abbiamo provato i suoi prestigiosi Barolo d'annata da singolo cru. Un'occasione unica, assolutamente da non perdere per degustare il frutto di alcuni dei vigneti più rinomati del comune di Barolo, oltre che dell'intera denominazione. Perché Brezza, da oltre un secolo (la fondazione della cantina risale al 1885) è una delle realtà più rilevanti del Barolo di Barolo e persegue la qualità del vino a partire dall'accurata selezione delle uve nelle migliori vigne di proprietà.
Il territorio del comune di Barolo viene generalmente considerato risalente al periodo Tortoniano, di più recente formazione rispetto a quelli di Castiglione Falletto, di Monforte d'Alba o di Serralunga d'Alba. La composizione dei terreni emersi dal mare in quel periodo (circa 10 milioni di anni fa) apporterebbe al vino una connotazione di maggiore frutto, un equilibrio raggiungibile con un minor affinamento in bottiglia e una spiccata eleganza. La realtà dei fatti è molto più complessa e la zonazione spinta che è possibile riscontrare nel territorio del Barolo (e quindi anche nel comune di Barolo ..) ne è la più chiara testimonianza.
Così accade che Brezza possieda vigne in alcuni dei più prestigiosi cru come Sarmassa, Cannubi e Castellero, tutti nel comune di Barolo. E che dai singoli vigneti (rigorosamente riportati in etichetta) dia origine a vini con caratteristiche proprie e distinguibili. Ed è quello che proveremo a raccontare.

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