Feudi di San Gregorio è una cantina che non ha certo bisogno di presentazioni!
Una struttura bellissima, una realtà rigogliosa e fatta di competenza e know-how, un’azienda con la A maiuscola che ha trovato il modo di differenziarsi e valorizzare il territorio grazie alla qualità degli uomini di comando.
La cantina ha anche un ristorante chiamanto Marennà ed un Wine Bar al centro commerciale Vulcano Buono di Nola.
Recentemente ha poi inaugurato il Dubl Bar Food & Bubbles presso l’aeroporto internazionale Capodichino di Napoli. Un luogo elegante, confortevole e pregevolmente realizzato che mira a valorizzare lo spumante Dubl in tutte le sue varianti, ma dove è possibile anche provare gli altri vini dell’azienda, acquistare bottiglie e scatole regalo e, perché no, mangiare qualcosa di saporito.

Succede almeno una volta nella vita di tutti di trovarsi davanti ad una scelta che turba l’animo: cominciare una dieta! Stavolta purtroppo è toccato a me ed ai miei commensali di qualche giorno fa, ma esistono tante ricette leggere che spesso soddisfano il palato, saziano e ci lasciano leggeri.

Uno dei miei preferiti è una semplice ricetta con la zucca, ricordate quando il nostro Alessandro Genova vi aveva parlato di un altro abbinamento cibo vino, con un risotto alla zucca ? Oggi però non scordiamo di essere a dieta!

Ingredienti:

Io amo il fiano.
Un bianco importante, complesso, capace di invecchiare.
Mi piace Pietracupa: un’azienda nata per caso, in modo spontaneo dal semplice amore per il vino, che, nel tempo si è evoluta ed ha saputo costruire, pazientare e realizzare man mano prodotti di ottimo livello.
I filari dell’azienda sono sulla collina di Montefredano dove il terreno è argilloso e calcareo: l’habitat ideale per il fiano.
Attaccati alla tradizione ed attenti a ciò che la natura ci dona, quelli di Pietracupa hanno già ricevuto importanti gratificazioni anche internazionali.
Oggi sono curioso: mi viene proposto un vino giovane, anzi giovanissimo; proviamolo!

L'Aversa Asprinio è un vino la cui produzione è consentita nelle province di Caserta e Napoli ed in particolare nei comuni di: Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano di Aversa, San Marcellino, Sant'Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Ducenta, Villa di Briano e Villa Literno, in provincia di Caserta, e Giugliano, Qualiano e Sant'Antimo in provincia di Napoli.
Il vino ha ottenuto il riconoscimento della DOC che prevede l’utilizzo almeno dell’85% di Asprinio e massimo un 15% di altre uve locali a bacca bianca.

Le origini sono lontane e confuse: etrusche, greche o francesi? Forse però il merito di aver valorizzato enologicamente questa zona per la prima volta bisogna riconoscerlo Louis Pierrefeu cantiniere di Roberto d’Angiò che scelse la zona per dar vita a vini spumanti. Il sistema di allevamento era unico: i tralci di vite crescevano in altezza fino a 15 metri poggiandosi agli alberi di pioppo presenti in zona; questo sistema è detto Alberata Aversana e qualche produttore ancora lo mantiene lasciando che questi giganti verdi vengano su come una barriera naturale.

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Parliamo oggi di uno dei vitigni rossi più importanti del sud Italia, l’Aglianico, un'uva che dà luogo a grandi vini e che è coltivata in molti territori differenti. Vini che, considerando le differenti peculiarità territoriali e le diverse interpretazioni aziendali, sono certamente tra i più importanti d'Italia anche se non sempre tra i più conosciuti.
L’occasione che ci fornisce lo spunto di parlarne è stata durante un evento organizzato da Athenaeum, dove potrete trovare dettagli sulla degustazione di Aglianico a cui ho preso parte. Dove abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’inizio, ossia dall’Aglianico, uva portata nel sud Italia dai greci (l’antico Ellenico). È un vitigno tardivo, visto che la raccolta delle uve avviene normalmente ad ottobre inoltrato. Rispetto ad alcune varietà precoci come il Primitivo o il Merlot, che vengono vendemmiati a fine agosto-inizio di settembre, abbiamo con l’Aglianico un naturale ritardo vegetativo di 40-50 giorni con tutto ciò che può accadere nel frattempo. L’Aglianico rappresenta quindi un vitigno difficile da gestire e naturalmente sottoposto a numerosi rischi meteorologici.

Con la vendemmia che ha dunque luogo ad Ottobre, in alcune delle zone condotte ad Aglianico si può tranquillamente parlare di viticultura del freddo. In Irpinia e nel Vulture, non è difficile che si raggiungano i 4-6° C di differenza rispetto alle coste, dato che i Monti del Partenio e il Terminio ne separano nettamente le zone climatiche. Queste barriere naturali, hanno tra l’altro ritardato moltissimo l’arrivo della fillossera, nell’entroterra del sud-appennino. Il terribile insetto che si ciba dell’impianto radicale della vite è arrivato in zona soltanto nella metà degli anni ’30 del secolo scorso, con oltre mezzo secolo di ritardo rispetto al Piemonte e al Nord Italia. L’Irpinia, in quel periodo era uno dei più grandi territori vinicoli d’Italia. La fillossera prima, e la guerra poco dopo, ne cambiarono radicalmente il paesaggio.

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