Girando per il padiglione della Campania, mi sono fermato presso lo stand dell’azienda irpina Perillo, dove, in modo inatteso, ho avuto modo di assaggiare diverse annate di Taurasi e Taurasi Riserva.

Perillo è una piccola azienda che conduce cinque ettari di vigneto nei comuni di Castelfranci e Montemarano. Le vigne ubicate in alta collina, tra i 600 e i 700 slm, sono impiantate a raggiera e alcune sono molto vecchie e a piede franco. Essendo impiantato anche su rilevanti pendenze, il vigneto gode di un’ottima esposizione.

I suoli, ricchi di scheletro e silice, si caratterizzano per una particolare concentrazione argilloso-calcarea e sabbiosa. Il clima è continentale, con inverni spesso molto freddi ed estati calde ma mai torride. Notevoli le escursioni termiche tra notte e giorno, oltre che tra le stagioni. Nelle annate calde le escursioni termiche salvaguardano aromi e acidità. In quelle piovose, il clima asciutto e ventilato esclude problemi legati a muffe e marciumi.

Le lavorazioni sono manuali, anche se gli interventi in verde sono pochi, visto il basso carico di gemme lasciato durante la potatura. L’aglianico con cui si fa il Taurasi in questa zona è chiamato coda di cavallo, per le caratteristiche del grappolo spargolo e allungato e per la presenza di acini assai piccoli, con un elevato rapporto buccia-polpa. Le rese sono in definitiva bassissime, non superiori ai 30 quintali per ettaro. L’epoca vendemmiale è di solito nel mese di novembre.

Torniamo ad occuparci di Terredora dopo la bellissima esperienza vissuta alcuni mesi fa in cantina, a Serra di Montefusco, in provincia di Avellino. In quell’occasione degustammo dodici vini dell’azienda di annate non più in commercio, tra cui sette millesimi dei tre diversi Taurasi che si fanno in azienda.

Ed oggi parleremo proprio di un Taurasi non più in commercio, per la precisione del Taurasi Fatica Contadina 2000, bottiglia che acquistai quando ancora non conoscevo Paolo Mastroberardino, proprietario e guida dell’azienda. Taurasi che questa volta ho degustato a casa mia, a cena con amici, accompagnandolo ad una preparazione a base di coniglio stufato, guarnito da un contorno di melanzane e patate.

Terredora conduce un vigneto di circa 200 ettari, interamente ubicati in Irpinia e coltivati con i principali vitigni campani come l’Aglianico, il Fiano, il Greco o la Falanghina. L’azienda vinifica direttamente le proprie uve da oltre vent’anni e oggi produce e distribuisce oltre un milione di bottiglie.

Il Taurasi si fa esclusivamente con uve Aglianico e quelle che concorrono alla produzione del Fatica Contadina provengono dai vigneti di proprietà situati in Lapio e Montemilletto. I terreni di matrice argilloso-calcarea, di antiche origini vulcaniche, si caratterizzano per importanti pendenze, fattore determinante per la qualità del prodotto finale. Questi pendii, infatti, favoriscono la migliore insolazione, che permette la perfetta maturazione delle uve, oltre a una buona ventilazione, che riduce l’umidità e inibisce, tra l’altro, la formazione di muffe. Le pendenze impediscono tra l’altro il ristagno dell’acqua, favorendo in tal modo lo stress idrico, con un favorevole contributo in termini di deposito di polifenoli sulle bucce dell’uva. Le forti escursioni termiche tra giorno e notte, oltre che tra le stagioni, permettono infine il miglior sviluppo degli aromi. Caratteristiche che ritroveremo poi nel vino.

 

Abbiamo già incontrato la cantina irpina Terredora e i suoi vini. Un anno fa siamo stati con Paolo Mastroberardino al Ristoro degli Angeli, trattoria romana, durante una cena-degustazione che abbinava ad alcuni piatti della cucina tipica, quattro dei vini terredora. Quest’anno sono stato invitato da Paolo all’evento “pomeriggi in cantina”, seminario di approfondimento sul territorio e sulla realtà aziendale con una degustazione di una selezione di vini Terredora non più in commercio.
L’appuntamento è per le 16 presso la cantina a Montefusco: parto da Roma all’una e mezza del pomeriggio e mi accingo a percorrere i 275 km verso l’Irpinia, per raggiungere l’azienda vinicola. Arrivo qualche minuto dopo le 16 pensando di essere in ritardo. Per fortuna faccio anche in tempo a essere intrattenuto, assieme ad una dozzina di astanti, da Walter, il capostipite della famiglia e papà di Paolo. Una dozzina di degustatori, cioè più o meno il numero che avevo immaginato. Ma commettevo un grosso errore di valutazione.
Quando tutto è pronto arriva Paolo che saluto, come fanno le altre persone presenti in sala. Ci invita a seguirlo e, uscendo dalla stanza dell’accoglienza, mi accorgo subito che saremo di più. Molti di più ..
Ci incamminiamo verso la cantina, dove, nel locale con l’impianto d’imbottigliamento, è apparecchiata una tavola con 70 postazioni. Scelgo il mio posto e noto subito di avere ben 12 calici di fronte a me. Paolo introduce la degustazione raccontando che cosa faremo, quali vini degusteremo con l’obiettivo di capire il territorio e i più nobili vitigni che vi si coltivano. Ci illustrerà, inoltre, la filosofia aziendale con cui si fa il vino e, in definitiva, ci farà scoprire la capacità di evoluzione di questi vini, indipendentemente dall’uva con cui sono fatti e dell’annata vendemmiale.
Programma esaltante: la mente sfiora il pensiero che dovrò poi percorrere altri 275 km per tornare a casa, sapendo, tra l’altro, che mi sarei fermato in cantina anche per cena. Poi scaccio il pensiero e focalizzo l’attenzione sulla maestosità della tavola e sulla sua esaltante location: 840 bicchieri apparecchiati in cantina, non ci può essere situazione più emozionante.

In Italia spesso si pensa che i vini bianchi non abbiano la stessa importanza dei grandi rossi che oramai sono diventati famosi nel mondo, ci sono però delle realtà che dimostrano il contrario e fanno conoscere i loro prodotti d’eccellenza riscuotendo importanti consensi, come la cantina Quintodecimo.

Quintodecimo è l’antico nome di Mirabella Eclano, appunto perché il luogo dista 15 miglia da Benevento.
L’azienda è gestita dai Signori Luigi Moio e la moglie Laura, entrambi appassionati del loro lavoro e orgogliosi di quello che hanno creato sino ad oggi.

Una dei vitigni italiani più difficili da interpretare ma dalla grande potenzialità è sicuramente rappresentato dall’Aglianico.
Varietà in notevole sviluppo qualitativo che nei decenni passati era stata sempre trascurata sia per quanto riguarda le tecniche di allevamento sia in quelle di vinificazione preoccupandosi solo dell’alta resa che questo vitigno può dare.
Mi piace definire L’Aglianico “ Il nostro Cabernet sauvignon” per la sua prorompenza , per la grande struttura e intensità che dà al suo vino .

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