A casa da amici mi sono imbattuto in una bottiglia-mito, il Brunello di Montalcino Biondi Santi 2001 che vi voglio raccontare. Un vino che dopo oltre 15 anni era ancora perfettamente integro, con sentori persino floreali ma non di fiori appassiti, fruttati ma non così maturi o soltanto in confettura.


Ma andiamo con ordine. La storia del Brunello inizia negli anni ’80 del XIX secolo proprio grazie alla famiglia Biondi Santi nella Tenuta del Greppo a Montalcino. Era il tempo in cui il Barone Ricasoli codificava la ricetta del Chianti come vino a base Sangiovese ma che non doveva mai presentarsi in purezza. Dove, anzi, nell’uvaggio trovavano spazio anche uve a bacca bianca.


Ferruccio Biondi Santi, invece, selezionò i migliori cloni di Sangiovese grosso, impiantandone le barbatelle su piede americano e li vinificò in purezza. Instaurò standard produttivi molto severi tagliando drasticamente le rese per ettaro del vigneto, tanto che la pratica della selezione manuale dei migliori frutti si è tramandata fino ai giorni nostri.

La cantina San Michele si trova nella zona di produzione del Capriano del Colle, piccola e poco conosciuta denominazione del bresciano. Il territorio è caratterizzato dall’altopiano del Monte Netto, dove il vigneto si distende, a un’altitudine di circa 100 m. rispetto alla Pianura Padana, su terreni compositi, con un’alternanza di strati argilloso-calcarei, di detriti, sabbia e ghiaia. Le vigne godono di un’ottima esposizione e il territorio risulta particolarmente adatto alla coltivazione della vite.

La cantina è stata fondata negli anni ’80 del secolo scorso ed è oggi condotta dai cugini Mario ed Elena Danesi. Il vigneto, che si trova in fase di conversione al biologico, è variegato, comprendendo vigne vecchie – come la vigna del Cirillo – e altre di impianto più recente. In ogni caso, anche l’uso di zolfo e rame è sempre stato molto limitato. Di proprietà della cantina è la cascina Belvedere, fondata nel 1884, anno che dà il nome alla Riserva di Capriano del Colle che abbiamo assaggiato.

Abbiamo degustato quattro annate del 1884. Le più recenti – 2012 e 2011 – sono frutto dell’assemblaggio di Merlot 50%, Marzemino 40% e Sangiovese 10%; il 2009 e il 2008, invece, sono un blend di Marzemino 40%, Sangiovese 40%, Merlot 15% e un saldo di Barbera. In tutti i casi, le uve sono vinificate separatamente. La fermentazione dura una ventina di giorni, quindi i vini sostano in vasche di cemento dove svolgono anche la malolattica. Dopo i travasi, intorno a marzo vengono messi in barrique e tonneau dove affinano per oltre un anno. Quindi i diversi vini vengono uniti e amalgamati per due o tre mesi in vasche di cemento prima dell’imbottigliamento. Il vino sosta infine in bottiglia per un anno prima della commercializzazione.

Tignanello, la verticale

il: 22 Ottobre 2015

Ho partecipato ad una straordinaria verticale di Tignanello, brand del vino italiano più conosciuto nel mondo e perla della cantina Marchesi Antinori di cui ho recentemente raccontato il Cervaro della Sala 2005.

Il Tignanello nasce agli albori degli anni ’70 del secolo scorso come risposta all’immobilismo del consorzio che si ostina – e lo farà ancora per anni – a imporre l’aggiunta di uve bianche accanto al Sangiovese nell’uvaggio del Chianti Classico. Vino che, preceduto soltanto dal Vigorello dell’Agricola San Felice, contribuirà in modo decisivo alla schiera di vini a base Sangiovese dei Supertuscan. Dal ’75 l’uvaggio del vino si stabilizza, con qualche oscillazione, in un 80% di Sangiovese e la rimanente parte di Cabernet.

Il podere Tignanello si trova a Mercatale nel comune di San Casciano Val di Pesa. È un vigneto di 57 ettari, esposto a sud, sud-est e situato a un’altitudine di 350-400 m slm. Presenta pendenze molto importanti che garantiscono un ottimo drenaggio, con un terreno composto da galestro e alberese in prevalenza, assieme a un po’ d’argilla. Grandi anche le escursioni termiche tra giorno e notte, oltre che tra le stagioni, elemento che contribuisce in modo determinante agli aromi del vino. Nel complesso le piante sono sempre un po’ sotto stress, condizione essenziale per la produzione di uve di qualità.

La grandezza del vino sta anche nella dimensione del fenomeno. Ogni anno vengono prodotte un numero di bottiglie che varia tra le 350.000 e le 400.000. Non esattamente un vin de garage. Fare qualità elevatissima con queste quantità non è per nulla semplice.

Se anche voi come me avete avuto una fase della vostra vita in cui siete stati affascinati dall’esoterismo, questa bottiglia non potrà lasciarvi indifferenti.
L’azienda in questione ha infatti scelto come logo il quadrato magico che appare nelle chiese medievali di gran parte d’Europa, con su scritto “sator arepo tenet opera rotas”, una forma palindroma il cui significato sembra essere “ il seminatore tiene con cura il carro ” con riferimento probabilmente all’aratro.
Se trovato su una chiesa il rimando alla figura del Cristo è un’ipotesi plausibile, sull’etichetta di una bottiglia come non pensare ad un legame quasi religioso dell’uomo con la terra e col frutto che da essa deriva?
Se la bevanda in questione è il vino, poi, il gioco è presto fatto.  A questo punto è meglio aprire la bottiglia per non essere colti da una crisi mistica , se non sulla strada di Damasco , su una della provincia di Pisa.

Castello delle Regine è una storia umbra di successo, che per quanto riguarda il vino si è consolidata nel breve volgere di un quindicennio. Situata nella zona dei Colli Amerini, l’azienda agricola si estende per 400 ettari complessivi. Oltre al vigneto, si conduce la coltivazione di cereali e di circa 7000 ulivi ed anche l’allevamento di bovini e suini. Una novantina sono gli ettari vitati.

Siamo passati dal loro stand con lo scopo di degustare il famoso Sangiovese Selezione del Fondatore, vino di punta dell’azienda. E, inaspettatamente, ne abbiamo degustato ben tre millesimi consecutivi. È un grande vino che fermenta in acciaio che, a seconda delle annate, matura per non meno di 12 mesi in legno (generalmente barrique). Quindi riposa per almeno altri tre anni in bottiglia, anche se, come abbiamo visto, in questi casi andiamo ben oltre.

 

L’azienda Farnese è una giovane realtà che nasce in Abruzzo, in pochi anni l’azienda cresce rapidamente e da vita al Gruppo Farnese Vini che espande i vigneti su tutto il territorio del sud Italia in particolare anche in Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia.

Da qui l’idea di racchiudere in un'unica bottiglia tutta la massima espressione dei principali vitigni autoctoni del sud Italia, nasce cosi “Edizione Cinque Autoctoni” prodotto da un assemblaggio di uve autoctone e in particolare, Montepulciano 33%, Primitivo 30%, Sangiovese 25%, Negroamaro 7%, Malvasia Nera 5%.

Un azzardo forse?

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