Vino antico, i romani chiamavano “Lambrusche” o “Labrusche” le viti selvatiche che si arrampicano spontanee sugli alberi dei boschi appenninici da cui si ricavava un vino aspro e raschiante. 

Molta acqua è passata sotto i ponti, oggi questo vino rappresenta l’Italia nel mondo,con numeri da capogiro, spumante rosso dal gusto internazionale, amato dai giovani.
Purtroppo, la qualità non sempre è stata uno dei cardini della produzione di questo vino e spesso ci siamo trovati di fronte a bottiglie discutibili, frutto di alte rese in vigna vendute a prezzi stracciati e chiuse con irrispettosi tappi in plastica che non rendevano merito a questo antichissimo vitigno.

Recentemente avevamo parlato di Papa Francesco e del suo incontro e rapporto col mondo del vino; oggi ci ritroviamo a riparlarne grazie all’iniziativa della Cantina Ceci, della quale avevamo recensito l’ottimo lambrusco Otello Nero.

Premetto che non sono un amante del Lambrusco.
Ho vissuto, nei primi anni Ottanta, tutta la parabola di questo vino destinato, in container, verso gli Stati Uniti, dove veniva chiamato “Red Cola”.
Erano i tempi bui del lambrusco venduto a due soldi in Autostrada, il tappo in plastica e dal sapore dubbio con anidrite carbonica addizionata. Sicuramente, tale politica, a permesso a molte aziende di fatturare e di crescere, ma la qualità del prodotto si è mantenuta, per decenni, a livelli medio-bassi pur rimanendo una dei prodotti italiani più esportati nel mondo. Tutti i miei preconcetti sul Lambrusco si sono dissipati quando, alcuni anni fa, mi è capitata tra le mani una bottiglia di Lambrusco Otello Nero di Ceci, che mi ha impressionato per peso, aspetto curato e forma.

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