In passato abbiamo degustato diverse espressioni di Fiano d’Avellino, uno dei vini d’eccellenza della Campania e dell’intero Paese. È sovente prodotto da piccole realtà rurali come l’Azienda vitivinicola Colli di Lapio, condotta da Clelia Romano. Proprio il Fiano d’Avellino 2009 di Colli di Lapio era stato recensito su Wine at Wine, quando era stato degustato in abbinamento ad un risotto alla zucca.

L’azienda Colli di Lapio è stata creata nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso. È situata nella vecchia masseria di famiglia in contrada Arianiello, piccola frazione del comune di Lapio. Il paese Irpino, situato a circa 550 metri sopra il livello del mare, si caratterizza per un clima secco e ventilato, per l’ottima soleggiatura estiva e per le forti escursioni termiche. E, più in generale, per offrire condizioni ottimali per la coltivazione della vite. Tanto che Lapio rappresenta il principale centro dell’areale del Fiano di Avellino, tra i 26 comuni dell’Irpinia dove è consentita la produzione di questo vino. E Arianiello è da considerarsi come un vero e proprio grand cru per il Fiano d’Avellino.

Girando per i padiglioni del Vinitaly, non abbiamo potuto non sostare presso lo stand dell’azienda Terredora di Paolo Mastroberardino, azienda irpina che quasi due anni fa ho avuto la fortuna di visitare a Serra di Montefusco. Abbiamo quindi degustato le nuove annate della Falanghina, del Lacryma Christi, dei Greco, dei Fiano prima di passare agli Aglianico, ai Taurasi e all’ultimo nato, il passito rosso. I vini si confermano di altissimo livello, molto territoriali e caratteristici. Mi sono poi soffermato su un grande vino bianco, il Fiano d’Avellino Campore del millesimo 2011.

Nonostante l’andamento climatico non sia stato indubbiamente dei più semplici, l’annata è da considerarsi straordinaria quanto meno per i vini da uve a bacca bianca. Buona la piovosità durante l’anno, dal mese di agosto si è osservato un graduale miglioramento dei parametri analitici delle uve. Le importanti escursioni termiche nel bimestre settembre-ottobre, proprio alla vigilia della vendemmia, hanno poi consentito l’accumulo di sostanze aromatiche sulle bucce. Peculiarità che poi ritroveremo nel vino, assieme al grande patrimonio acido, proprio dell’uva Fiano.

Fiano D’Avellino Clelia Romano 2012: quota rosa e meritocrazia del vino

Perdonatemi sono un femminista! Sono un femminista perché non credo nella quota rosa, sono maschilista perché non sopporto quelle donne che si nascondono dietro alle regole sfruttandole, sono maschilista perché odio le donne che fanno carriera ed ottengono risultati sfruttando la bella presenza, gli occhi dolci e la stupidità di certi uomini, mi stanno sulle scatole quelle donne che usano i figli come arma per ricattare i padri. Queste donne fanno male alle donne stesse.
Scusatemi se sono femminista! Sono femminista perché amo le donne competenti, stimo le donne che si fanno largo da sole, mi piacciono le donne che si danno da fare, rispetto le donne che scelgono la carriera, la famiglia o entrambe; adoro quelle che non sentono necessarie le regole e la quota rosa per farsi spazio: perché loro si fanno strada da sole senza aver bisogno di nessuno.
Il mondo del vino è pieno di donne serie, forti e competenti: Clelia Romano è una di queste.

Quante volte vi capita di essere incuriositi da un vino a causa dell’etichetta o del nome della cantina? Succede a tutti, anche a me. Stavolta mi sono chiesto il perché la famiglia Spiniello abbia deciso di chiamare Crypta Castagnara la propria cantina! 

La risposta è semplice, la loro sede è a Grottolella, nella provincia di Avellino, un paese di circa 1000 anime nel bel mezzo dell’Irpinia. Cosa c’entra? Il comune anticamente era chiamato nel XII secolo Crypta Castagnaria (Grotta Castagnara) e da lì ovviamente deriva il nome di quest’azienda che francamente non conoscevo.

La produzione inizia in un periodo non ben precisato, pare che la famiglia Spiniello faccia da sempre vino! Il “vino di Cardone” lo chiamavano così a causa del soprannome del trisavolo Domenico ed è per questo che il cardo è l’emblema dell’azienda.

Io amo il fiano.
Un bianco importante, complesso, capace di invecchiare.
Mi piace Pietracupa: un’azienda nata per caso, in modo spontaneo dal semplice amore per il vino, che, nel tempo si è evoluta ed ha saputo costruire, pazientare e realizzare man mano prodotti di ottimo livello.
I filari dell’azienda sono sulla collina di Montefredano dove il terreno è argilloso e calcareo: l’habitat ideale per il fiano.
Attaccati alla tradizione ed attenti a ciò che la natura ci dona, quelli di Pietracupa hanno già ricevuto importanti gratificazioni anche internazionali.
Oggi sono curioso: mi viene proposto un vino giovane, anzi giovanissimo; proviamolo!

Cena a base di pesce e Fiano 2010 Terredora: la piacevolezza dell’incoerenza

Dopo un susseguirsi di intense giornate di lavoro, fa bene andare a rilassarsi cenando a ristorante, evitando piatti da lavare e lo sforzo di pensare a cosa cucinare!
Ovviamente la motivazione ancor più forte è mangiare cose che a casa non avresti potuto mettere sotto i denti!
Così quella sera si finì da U’ gnore, nel mio dialetto O gnore è il suocero; ma lì, fuori casa, a Bari significa lo scuro, il nero.
Un ristorante che nasce da una pescheria di fianco che porta lo stesso nome, una garanzia: pesce fresco!

Ordiniamo:

  1. antipasto crudo di pesce (a Bari non puoi esimerti dal farlo!)
  2. frutti di mare crudi (tartufi di mare compresi!)
  3. svariate portate di antipasti cotti a base di pesce (tra cui lo spiedino di polpo e verdure su crema di fave, che spicca su tutti gli altri!)
  4. grigiata di crostacei, molluschi e triglie di scoglio

Mai avrei cucinato quel ben di Dio a casa, ma cosa beviamo?

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