Imparare dal vino è quello che ho sempre fatto, si scoprono territori, filosofie aziendali, vitigni diversi, come diverse sono le impronte che tracciano quando li si degusta.

Oltre la teoria , toccare con mano il lavoro faticoso ma pieno di soddisfazioni che sussiste dietro la bottiglia, è importante quanto emozionante.
Non finirò mai di viaggiare per il vino.

Tenuta San Guido, l'eccellenza a Bolgheri

Bolgheri , lo ricordo con affetto, ripensando a quanta strada ho fatto da lì e quanta ancora dovrò fare. In particolare visitai una delle aziende più amate, (e forse anche invidiate ) del panorama vitivinicolo italiano, fin dal momento in cui il loro vino, si affacciò timidamente sul mercato.  Entrai quasi in punta di piedi inTenuta San Guido , osservando quell'angolo di paradiso che vede protagonisti vino e natura, per non perdere nemmeno un dettaglio. Bolgheri , territorio che persino i profani del vino associano a prodotti di pregio , un tempo era una landa desolata. Il Marchese Nicolò Incisa della Rocchetta con estrema gentilezza, mi raccontò la storia straordinaria di questo terroir e del percorso che fece il Cabernet Sauvignon per diventare Sassicaia

Ho partecipato a una degustazione sui vini della Tenuta di Fiorano organizzato da Athenaeum presso l’Hotel St. Regis di Roma. Il Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi ci ha raccontato le principali vicende dell’azienda di famiglia, presentando poi la produzione aziendale, con una chicca. Assieme a una selezione dei vini realizzati dall’attuale proprietario, era in degustazione un vino ultraventennale, prodotto durante la precedente gestione.

La batteria di vini prevedeva tre vini bianchi e tre rossi. Il Fioranello bianco 2014, da uve Viognier e Grechetto, vinificato e maturato in acciaio, giocato su caratteristiche di prontezza e piacevolezza di beva; due annate di Fiorano bianco, il 2013 e il 2012, vino prodotto con lo stesso uvaggio del Fioranello, ma affinato il legno per un anno e dotato di una struttura materica differente; il Fioranello rosso 2013, da uve Cabernet Sauvignon in purezza, affinato per un anno in legno, giovane ma molto interessante. E due annate del vino più importante in azienda, il Fiorano rosso: il 2010, già degustato da me alcuni mesi fa e il 1990, fatto quando l’azienda era condotta da Alberico Boncompagni Ludovisi, zio dell’attuale proprietario.

La Tenuta di Fiorano, situata nelle vicinanze della Via Appia Antica, è un angolo particolarmente bello della campagna romana ai piedi dei Castelli Romani. I terreni di origine vulcanica, di buon drenaggio e ricchi di minerali e la distanza relativamente prossima al mare rendono questi luoghi ideali per la coltivazione della vite.

L’azienda ha origine nella prima metà del secolo scorso grazie al Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, il quale come Mario Incisa della Rocchetta in Toscana – il creatore del Sassicaia – e con la consulenza di Tancredi Biondi Santi – di Tenuta il Greppo a Montalcino – decise di impiantare Cabernet Sauvignon e Merlot per produrre il Fiorano Rosso, il primo vino della cantina.

Successivamente entrò in contatto con Luigi Veronelli che decantò i suoi vini e su tutti il Fiorano Rosso. Un vino rosso di struttura molto elegante e complessa, capace di sostenere l’invecchiamento arricchendosi in finezza. L’azienda divenne presto un modello di prima grandezza del vino capitolino, una delle poche cantine dove effettivamente si faceva altissima qualità nell’intero Lazio.

Oggi presentiamo il più longevo dei Cabernet Sauvignon prodotto in Sicilia nato dal progetto VIVA Sustainable Wine: vini eco-sostenibili
In occasione dello scorso Vinitaly ho avuto il piacere di degustare un Cabernet Sauvignon IGT 2011 dell’azienda Tasca D’Almerita prodotto nelle sue Tenute Regaleali situata nella Sicilia centrale in provincia di Palermo: si tratta della prima azienda a produrre Cabernet Sauvignon in purezza in Sicilia.

Dal colore rosso rubino intenso, di buona consistenza.
Al naso un intenso aroma di frutti di bosco condito da sfumature speziate pepe nero e leggero vegetale, peperone verde, tipici di questo vitigno, leggere sfumature erbacee nel finale.
In bocca caldo e morbido giustamente tannico, i tannini sono morbidi e setosi dovuto dal passaggio in barrique di rovere francese che rilascia note vanigliate e leggermente balsamiche.

Investire e reinventarsi nel business del vino è una moda che ha spiccato il volo negli ultimi anni: ex-manager, star del cinema, cantanti, musicisti e sportivi percepiscono che, oltre ad impiegare liquidità e ricavare grazie a questo mondo è possibile anche “elevarsi” culturalmente o almeno darsi un tono intellettuale (talvolta fittizio!).

Una dei vitigni italiani più difficili da interpretare ma dalla grande potenzialità è sicuramente rappresentato dall’Aglianico.
Varietà in notevole sviluppo qualitativo che nei decenni passati era stata sempre trascurata sia per quanto riguarda le tecniche di allevamento sia in quelle di vinificazione preoccupandosi solo dell’alta resa che questo vitigno può dare.
Mi piace definire L’Aglianico “ Il nostro Cabernet sauvignon” per la sua prorompenza , per la grande struttura e intensità che dà al suo vino .

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