Cari amici di WineatWine oggi vi voglio parlare di un vino che mi è stato regalato da un amico campano e ovviamente per “campanilismo”(!!!) è un prodotto della sua regione; obiettivamente devo ammettere che si tratta davvero un buon vino.

Partiamo dalle origini del nome che, mi è stato spiegato da Francesco: la Janara, nella credenza popolare beneventana è una strega; il nome deriva probabilmente da Dianara, una sacerdotessa o dal latino “ianua” ovvero porta. 

Quante volte vi capita di essere incuriositi da un vino a causa dell’etichetta o del nome della cantina? Succede a tutti, anche a me. Stavolta mi sono chiesto il perché la famiglia Spiniello abbia deciso di chiamare Crypta Castagnara la propria cantina! 

La risposta è semplice, la loro sede è a Grottolella, nella provincia di Avellino, un paese di circa 1000 anime nel bel mezzo dell’Irpinia. Cosa c’entra? Il comune anticamente era chiamato nel XII secolo Crypta Castagnaria (Grotta Castagnara) e da lì ovviamente deriva il nome di quest’azienda che francamente non conoscevo.

La produzione inizia in un periodo non ben precisato, pare che la famiglia Spiniello faccia da sempre vino! Il “vino di Cardone” lo chiamavano così a causa del soprannome del trisavolo Domenico ed è per questo che il cardo è l’emblema dell’azienda.

Il Molise è una regione troppo spesso bistrattata, ignorata; la più giovane del Paese istituita dopo la scissione della regione “Abruzzi e Molise” nel 1963. Ha due soli capoluoghi di provincia, Campobasso ed Isernia, ed è la seconda più piccola regione d’Italia dopo la Valle d’Aosta.

E’ equamente divisa tra collina e montagna, tra le quali ci si può trovare davanti a paesaggi selvaggi e mozzafiato. Enologicamente non ha ancora raccolto molta notorietà, anche se è situata in un posto strategico dove l’escursione termica ed il clima potrebbero dare grandi soddisfazioni!

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Parliamo oggi di uno dei vitigni rossi più importanti del sud Italia, l’Aglianico, un'uva che dà luogo a grandi vini e che è coltivata in molti territori differenti. Vini che, considerando le differenti peculiarità territoriali e le diverse interpretazioni aziendali, sono certamente tra i più importanti d'Italia anche se non sempre tra i più conosciuti.
L’occasione che ci fornisce lo spunto di parlarne è stata durante un evento organizzato da Athenaeum, dove potrete trovare dettagli sulla degustazione di Aglianico a cui ho preso parte. Dove abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’inizio, ossia dall’Aglianico, uva portata nel sud Italia dai greci (l’antico Ellenico). È un vitigno tardivo, visto che la raccolta delle uve avviene normalmente ad ottobre inoltrato. Rispetto ad alcune varietà precoci come il Primitivo o il Merlot, che vengono vendemmiati a fine agosto-inizio di settembre, abbiamo con l’Aglianico un naturale ritardo vegetativo di 40-50 giorni con tutto ciò che può accadere nel frattempo. L’Aglianico rappresenta quindi un vitigno difficile da gestire e naturalmente sottoposto a numerosi rischi meteorologici.

Con la vendemmia che ha dunque luogo ad Ottobre, in alcune delle zone condotte ad Aglianico si può tranquillamente parlare di viticultura del freddo. In Irpinia e nel Vulture, non è difficile che si raggiungano i 4-6° C di differenza rispetto alle coste, dato che i Monti del Partenio e il Terminio ne separano nettamente le zone climatiche. Queste barriere naturali, hanno tra l’altro ritardato moltissimo l’arrivo della fillossera, nell’entroterra del sud-appennino. Il terribile insetto che si ciba dell’impianto radicale della vite è arrivato in zona soltanto nella metà degli anni ’30 del secolo scorso, con oltre mezzo secolo di ritardo rispetto al Piemonte e al Nord Italia. L’Irpinia, in quel periodo era uno dei più grandi territori vinicoli d’Italia. La fillossera prima, e la guerra poco dopo, ne cambiarono radicalmente il paesaggio.

Abbiamo già incontrato la cantina irpina Terredora e i suoi vini. Un anno fa siamo stati con Paolo Mastroberardino al Ristoro degli Angeli, trattoria romana, durante una cena-degustazione che abbinava ad alcuni piatti della cucina tipica, quattro dei vini terredora. Quest’anno sono stato invitato da Paolo all’evento “pomeriggi in cantina”, seminario di approfondimento sul territorio e sulla realtà aziendale con una degustazione di una selezione di vini Terredora non più in commercio.
L’appuntamento è per le 16 presso la cantina a Montefusco: parto da Roma all’una e mezza del pomeriggio e mi accingo a percorrere i 275 km verso l’Irpinia, per raggiungere l’azienda vinicola. Arrivo qualche minuto dopo le 16 pensando di essere in ritardo. Per fortuna faccio anche in tempo a essere intrattenuto, assieme ad una dozzina di astanti, da Walter, il capostipite della famiglia e papà di Paolo. Una dozzina di degustatori, cioè più o meno il numero che avevo immaginato. Ma commettevo un grosso errore di valutazione.
Quando tutto è pronto arriva Paolo che saluto, come fanno le altre persone presenti in sala. Ci invita a seguirlo e, uscendo dalla stanza dell’accoglienza, mi accorgo subito che saremo di più. Molti di più ..
Ci incamminiamo verso la cantina, dove, nel locale con l’impianto d’imbottigliamento, è apparecchiata una tavola con 70 postazioni. Scelgo il mio posto e noto subito di avere ben 12 calici di fronte a me. Paolo introduce la degustazione raccontando che cosa faremo, quali vini degusteremo con l’obiettivo di capire il territorio e i più nobili vitigni che vi si coltivano. Ci illustrerà, inoltre, la filosofia aziendale con cui si fa il vino e, in definitiva, ci farà scoprire la capacità di evoluzione di questi vini, indipendentemente dall’uva con cui sono fatti e dell’annata vendemmiale.
Programma esaltante: la mente sfiora il pensiero che dovrò poi percorrere altri 275 km per tornare a casa, sapendo, tra l’altro, che mi sarei fermato in cantina anche per cena. Poi scaccio il pensiero e focalizzo l’attenzione sulla maestosità della tavola e sulla sua esaltante location: 840 bicchieri apparecchiati in cantina, non ci può essere situazione più emozionante.

Pagina 1 di 2

Newsletter/Iscriviti







Metti Mi Piace e segui la tua passione per il Vino