Mark Basilico

Mark Basilico

A me piace raccontare storie. E ce n’è una di storia le cui origini si perdono in un lontano, lontanissimo ricordo, all’uomo innato, quando il nettare della vite, l’estrarlo, era un’arte sacra e chi la coltivava un Dio.

Uva, frutto proibito. Proibito non dal peccato, ma dal desiderio di centellinare attimi e gocce che a volte non tornano. Una magia legata talora a un solo bicchiere, unico e irripetibile, che poi ricercheremo nei prossimi a venire. Il suo consumo ad alcuni, negato in terra, viene concesso solo in cielo, come a preservarlo, casto e dono sommo. Incorruttibile dagl’ardori umani.

Il vino è emozione, fin troppo facile a dirsi, ma quest’emozione non è mai doma, si rinnova e si ripete. È sempre diverso il coinvolgimento, cambia in ognuno di noi. Mille sapori nella stessa bottiglia, differente di giorno in giorno. Il vino vive e muore, e assaggiato oggi non sarò lo stesso di domani. A volte non arriviamo in tempo o sbagliamo l’anno. In verità è l’attimo, il contorno, chi ci circonda o il nostro esser soli in quel momento, a renderlo ancor più buono.

Il simbolo del Caduceo lo vedo fatto con un ramo di vite che s’attorciglia al posto del serpente. L’elica del tralcio che sale verso l’alto e s’avvinghia, DNA della Terra.
Nel raccontare il vino non ci si può esimere dal lasciare almeno una lieve traccia di quest’emozione nell’animo di chi legge. 

«Si crean ricordi. Un bicchiere alla volta».

D.O.C.G. Brut. Ruggeri, Valdobbiadene. Mai bevuto un prosecco “antico”?

Sono sdraiato in giardino. Davanti a me, su un vecchio tavolo in ghisa che sa di rococò, le “Odi Elementari” di Neruda, in un'edizione desueta che pare ancor più emaciata del mobiletto che le ospita, in questo tardo pomeriggio lungi dall'essere avvolto di calore estivo. 

Fra i rami d'un castagno, ch'era li ancor prima che nascessi, indovino a stento ciò che da qui mi convinco sia una flebile controprova d'un pensiero del cielo che potrebbe rivelarsi dichiarazione d'amore. Un confessarsi garbato che ha paura di farsi scoprire e che in docili colpi di luce si rivela.

E quei pochi raggi illuminano il testo d'una pagina che in passato ho più volte segnato... Ma non ho bisogno di leggere. A memoria ne ripasso i contorni, ridisegno le sagome d'ogni lettera che prende forma, ora e per sempre nella mente: «Vino color del giorno, vino color della notte, vino con piedi di porpora o sangue di topazio, vino, stellato figlio della terra...».

C'è una terra che vive e freme nel profondo mare e si specchia, rispecchia nel sole che senza tregua batte. E scorre nel suo sangue, nella maestria delle genti, l'arte di fare vino. E dico “fare” perché c'è differenza accesa nel raffronto con il verbo produrre. Il fare è delle mani sapienti, e parlo di mani antiche, che forgiano l'uva come spade di difesa e non di conquista. Parlo della fatica che non si sottomette al nome in etichetta, il fare per se stessi ancor prima del baratto in soldi. Mi piace chi pianta e coglie, chi ci mette la passione. Chi alla terra sa dare ancor prima di pretendere.

Siamo nei pressi di Modica... Quasi quasi ci farei una scappata. La tentazione di saggiare al palato un bel pezzo di “ciucculatti murucanu” mi lascia affranto nel non voler portare a buon fine l'intento di viziarmi col gusto. Zuccheroso regalo, a quanto pare, degli Spagnoli e non troppo alla lontana degli Aztechi, in una specie di ciclo che claustrofobico non trova pace.

Vino e Cioccolato? Abbinamento dai difficili compromessi, confine labile fra azzardi e audaci contorsionismi, ma non è ancor giunta l'ora di palarne. Come al solito, son già preso da mille divagazioni sul tema, sublimi angherie a cui soccombere. 

Ci sarebbero botti intere da trascinare meco da queste brulle lande, ma nonostante le mie sbandate per i Rosati, non parlerò del Cerasuolo di Vittoria. Il Cerasuolo per me è quello d'Abruzzo e nulla stride in questo dire con la sua controparte siciliana; trattasi di mera infatuazione giovanile e non di alcuna sorta d'attaccamento esagerato e fazioso per un luogo, che sia nativo che sia d'elezione. 

Incastrato fra le dita, un grappolo di Frappato. Framezzi di violetto s'imbizzarriscono soggiogando un cremisi scarno, sembiante d'un Caravaggio.

E' un I.G.T. Emilia, allevato a Guyot semplice, un Rosso dei Colli di Parma “musicato” in quel d'Ozzano Taro.

Il nome è la prima cosa che attira l'attenzione. Altisonante. Greve. Altero. Incute quasi timore nella voglia d'arrivare a quel sorso capace di svelarne ogni segreto facendoti impelagare spazientito nell'inconsistenza dei tuoi pensieri. NABUCCO. Un nome difficile da portare, ebbro d'enfasi, che potrebbe mal custodire l'incombere d'una figuraccia, proprio li, dietro l'angolo.

L'etichetta me la son guardata a casa, giorni e giorni dopo, con calma, indagandola da ogni lato. Vien da dire “anima nera su cuore bianco”, nell'eterno dilemma fra Bene e Male, singolar tenzone fra gli opposti che si attraggono, ma sarebbe come indagare un confine fumoso la cui soluzione potrei intravederla solo dopo alcuni bicchieri stracolmi e una scorta abbondante di cachet.

L'incontro-scontro, qui, in questo Nabucco, è fra due nobiltà, Barbera e Merlot. Si trovano e si amano, dapprima un po' timidi, poi senza freni inibitori. E' la femmina a corteggiare (e sì, la Barbera è donna e il dibattito m'intriga; ahimè, il disquisir sul sesso dei vini è come dissertare, né più né meno, su quello degli angeli). 70% di “Dama Barbera”, 30% di “Messere Merlot”. Si assaggia l'equilibrio fra le parti. Incontro romantico o baccanale? Il dubbio rimane e cosi sia. Ognuno vi ritroverà il proprio desiderio.

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