Alessandro Genova

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

Fusilli Primavera con Collio bianco Vigne 2004 Zuani

Riprendiamo le nostre chiacchierate sugli abbinamenti cibo e vino, alla costante ricerca dell’armonia gustativa tra le caratteristiche del cibo e quelle del vino.

Oggi parleremo dell’abbinamento tra un primo, una preparazione a base di pasta e verdure e un vino friuliano, il Collio bianco Vigne di Zuani, azienda condotta in modo esemplare da Patrizia Felluga, oggi anche affiancata dal figlio, Antonio Zanon. Ovviamente, siccome ci piacciono gli abbinamenti sfidanti, non abbiamo scelto il Collio d’annata. Diversamente, abbiamo aperto una bottiglia che riposava nella mia cantina da qualche anno: parliamo del millesimo 2004. Ma sul vino torneremo oltre.

Dicevamo dei Fusilli Primavera, preparazione che prevede l’impiego dei principali ortaggi, della scamorza e di abbondante basilico.

Ingredienti utilizzati per 4 persone:

  • 400 g di fusilli;
  • 1 melanzana;
  • 1 peperone;
  • 1 zucchina;
  • 250 g di scamorza affumacata;
  • Basilico a volontà;
  • Olio extra vergine d’oliva;
  • Sale e un pizzico di peperoncino.

Preparazione dei fusilli primavera:
Si tagliano la melanzana, il peperone e la zucchina a dadini e si fanno appassire a fuoco lento in una casseruola appena unta da un goccio di olio extra-vergine d’oliva. Si prepara abbondante basilico e la scamorza tagliata a cubetti. Nel frattempo si cucina la pasta che verrà scolata con tre minuti d’anticipo, avendo cura di conservare un po’ dell’acqua di cottura. Quindi si aggiungerà la pasta agli ortaggi nella casseruola, sempre a fuoco lento, finché la preparazione non sarà ben amalgamata. 

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Parliamo oggi di uno dei vitigni rossi più importanti del sud Italia, l’Aglianico, un'uva che dà luogo a grandi vini e che è coltivata in molti territori differenti. Vini che, considerando le differenti peculiarità territoriali e le diverse interpretazioni aziendali, sono certamente tra i più importanti d'Italia anche se non sempre tra i più conosciuti.
L’occasione che ci fornisce lo spunto di parlarne è stata durante un evento organizzato da Athenaeum, dove potrete trovare dettagli sulla degustazione di Aglianico a cui ho preso parte. Dove abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dall’inizio, ossia dall’Aglianico, uva portata nel sud Italia dai greci (l’antico Ellenico). È un vitigno tardivo, visto che la raccolta delle uve avviene normalmente ad ottobre inoltrato. Rispetto ad alcune varietà precoci come il Primitivo o il Merlot, che vengono vendemmiati a fine agosto-inizio di settembre, abbiamo con l’Aglianico un naturale ritardo vegetativo di 40-50 giorni con tutto ciò che può accadere nel frattempo. L’Aglianico rappresenta quindi un vitigno difficile da gestire e naturalmente sottoposto a numerosi rischi meteorologici.

Con la vendemmia che ha dunque luogo ad Ottobre, in alcune delle zone condotte ad Aglianico si può tranquillamente parlare di viticultura del freddo. In Irpinia e nel Vulture, non è difficile che si raggiungano i 4-6° C di differenza rispetto alle coste, dato che i Monti del Partenio e il Terminio ne separano nettamente le zone climatiche. Queste barriere naturali, hanno tra l’altro ritardato moltissimo l’arrivo della fillossera, nell’entroterra del sud-appennino. Il terribile insetto che si ciba dell’impianto radicale della vite è arrivato in zona soltanto nella metà degli anni ’30 del secolo scorso, con oltre mezzo secolo di ritardo rispetto al Piemonte e al Nord Italia. L’Irpinia, in quel periodo era uno dei più grandi territori vinicoli d’Italia. La fillossera prima, e la guerra poco dopo, ne cambiarono radicalmente il paesaggio.

Newsletter/Iscriviti







Metti Mi Piace e segui la tua passione per il Vino