Alessandro Genova

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

Ci siamo visti presso l’enoteca Achilli, a due passi dal Parlamento. Questa volta, il gravoso compito era quello di capire come evolve nel tempo il Montepulciano d’Abruzzo Dante Marramiero Riserva, un vino che vede gli scaffali dell’enoteca dopo che siano trascorsi almeno dieci anni dalla vendemmia.
L’occasione è ghiotta, anche perché è prevista la degustazione di tutte le annate finora in commercio, sin dalla prima, la 1998. Tuttavia, vista la lunghissima gestazione del vino, che tra l’altro non vede la luce tutti gli anni, alla fine la verticale si riduce a soli cinque millesimi. Oltre al già citato 1998, parliamo del 1999, del 2001, del 2003 e del 2005.
Abbiamo già incontrato l’azienda Marramiero raccontando il Trebbiano Altare 1996 e i Montepulciano di Abruzzo Inferi 1994 e Inferi Riserva 1993. Abbiamo quindi compreso quali sono gli orizzonti temporali che i vini Marramiero sono in grado di contemplare. Ma il Dante Marramiero è un vino diverso, pensato sin dalla sua concezione per viaggiare nel tempo. Un vino ricco, potente, capace di sviluppare 14,5° alcolici. Ma facciamo un passo indietro, da dove tutto ha origine. Partiamo dal vigneto.
Le uve provengono da un vigneto di circa 50 anni in contrada Sant’Andrea a Rosciano, esposto a sud e caratterizzato da un suolo ricco di argilla. Le vecchie viti e il grande lavoro in vigna consentiranno ad ogni singola pianta di contribuire al vino con un solo chilo di uva. I grandi estratti e i componenti polifenolici li ritroveremo integralmente nel bicchiere.
In cantina, la vinificazione viene condotta con una lunga macerazione delle bucce a contatto con il mosto a una temperatura compresa tra 25 e 30 °C. La fermentazione viene eseguita per metà in tini di legno e per metà in acciaio. Quindi le masse vengono assemblate per riposare 18 mesi circa. La maturazione avviene in piccole botti per almeno 24 mesi per poi affinare lungamente in bottiglia.

Fusilli Primavera con Collio bianco Vigne 2004 Zuani

Riprendiamo le nostre chiacchierate sugli abbinamenti cibo e vino, alla costante ricerca dell’armonia gustativa tra le caratteristiche del cibo e quelle del vino.

Oggi parleremo dell’abbinamento tra un primo, una preparazione a base di pasta e verdure e un vino friuliano, il Collio bianco Vigne di Zuani, azienda condotta in modo esemplare da Patrizia Felluga, oggi anche affiancata dal figlio, Antonio Zanon. Ovviamente, siccome ci piacciono gli abbinamenti sfidanti, non abbiamo scelto il Collio d’annata. Diversamente, abbiamo aperto una bottiglia che riposava nella mia cantina da qualche anno: parliamo del millesimo 2004. Ma sul vino torneremo oltre.

Dicevamo dei Fusilli Primavera, preparazione che prevede l’impiego dei principali ortaggi, della scamorza e di abbondante basilico.

Ingredienti utilizzati per 4 persone:

  • 400 g di fusilli;
  • 1 melanzana;
  • 1 peperone;
  • 1 zucchina;
  • 250 g di scamorza affumacata;
  • Basilico a volontà;
  • Olio extra vergine d’oliva;
  • Sale e un pizzico di peperoncino.

Preparazione dei fusilli primavera:
Si tagliano la melanzana, il peperone e la zucchina a dadini e si fanno appassire a fuoco lento in una casseruola appena unta da un goccio di olio extra-vergine d’oliva. Si prepara abbondante basilico e la scamorza tagliata a cubetti. Nel frattempo si cucina la pasta che verrà scolata con tre minuti d’anticipo, avendo cura di conservare un po’ dell’acqua di cottura. Quindi si aggiungerà la pasta agli ortaggi nella casseruola, sempre a fuoco lento, finché la preparazione non sarà ben amalgamata. 

Alcuni giorni fa ho partecipato all’evento organizzato da Athenaeum “L’Aglianico e i suoi territori”. La serata è stata condotta dal noto giornalista e blogger del vino Luciano Pignataro. Eravamo insomma in ottime mani, considerando che Luciano è uno dei massimi esperti del vino e dei territori del sud Italia. Abbiamo degustato sette vini fatti con uve Aglianico e provenienti da ben quattro differenti territori: il Vulture in Basilicata, l’Irpinia, il Cilento, e infine il Sannio (Taburno) in Campania.

La parola ai vini.

1. Irpinia Aglianico Re di More 2011 – Mastroberardino.
Rappresenta il vino base della cantina Mastroberardino, interessante perché realizzato da un clone selezionato dall’azienda. Oltre alla nota ciliegiosa – comune anche agli altri sei campioni e, in generale, descrittore gusto-olfattivo dei vini fatti con uve aglianico – è avvertibile un sottofondo di cenere tipico dell’areale oltre a interessanti note tostate. In bocca le sensazioni dure sono sovrastanti, con un tannino importante e un’acidità che fa salivare parecchio. Chiusura amarognola ma precisa. Maturato per 12 mesi di legno piccolo, non è un vino di grande complessità ma di una sicura e corretta realizzazione tecnica. Vino da tutto pasto.

2. Cilento Aglianico Cenito 2010 – Luigi Maffini.
È un vino del mare. Nasce da un vigneto di oltre vent’anni come blend di Aglianico con un saldo di Piedirosso. Quest’ultimo è un vitigno che è più esile di un Dolcetto impiantato nei versanti nord delle Langhe e funzionava come il Ciliegiolo con il Sangiovese nel Chianti. Serviva cioè a smorzare le note dure dell’Aglianico. Da alcuni anni il Cenito è fatto con uve Aglianico in purezza. È un vino di grande pulizia formale, con un bel fruttato in evidenza. In bocca c’è perfetta rispondenza, con una netta componente fresca e una nota sapida iodata che evoca il mare. Impatto gustativo mai eccessivo, ma il vino conquista il cavo orale in modo progressivo. L’uso del legno non segue un protocollo ma viene dosato ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

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