Alessandro Genova

Alessandro Genova

Sommelier professionista dal febbraio del 2005, sono soprattutto un appassionato a cui piace leggere e documentarsi a proposito dei territori, delle tecniche di degustazione e del meraviglioso mondo che ruota attorno al vino. E che ama ovviamente degustare.

Mi piace mantenere relazioni con produttori, enologi e appassionati come me e non disdegno l’approfondimento delle problematiche distributive e marketing della produzione e della commercializzazione del vino.

A casa da amici mi sono imbattuto in una bottiglia-mito, il Brunello di Montalcino Biondi Santi 2001 che vi voglio raccontare. Un vino che dopo oltre 15 anni era ancora perfettamente integro, con sentori persino floreali ma non di fiori appassiti, fruttati ma non così maturi o soltanto in confettura.


Ma andiamo con ordine. La storia del Brunello inizia negli anni ’80 del XIX secolo proprio grazie alla famiglia Biondi Santi nella Tenuta del Greppo a Montalcino. Era il tempo in cui il Barone Ricasoli codificava la ricetta del Chianti come vino a base Sangiovese ma che non doveva mai presentarsi in purezza. Dove, anzi, nell’uvaggio trovavano spazio anche uve a bacca bianca.


Ferruccio Biondi Santi, invece, selezionò i migliori cloni di Sangiovese grosso, impiantandone le barbatelle su piede americano e li vinificò in purezza. Instaurò standard produttivi molto severi tagliando drasticamente le rese per ettaro del vigneto, tanto che la pratica della selezione manuale dei migliori frutti si è tramandata fino ai giorni nostri.

Ho partecipato alla manifestazione Life of Wine a Roma, dove erano in degustazione alcuni vini di importanti cantine del panorama enologico nazionale. La particolarità di Life of Wine è che le aziende partecipanti presentano almeno due annate storiche del vino prescelto, oltre a quella in commercio.

Durante i miei assaggi mi sono soffermato sulla verticale di Barolo Castellero dell’azienda Fratelli Barale, che ho avuto il privilegio di visitare nella primavera del 2015. Cantina che si trova proprio nel cuore di Barolo, in un palazzo del XIX secolo con ingresso sotto una volta ad arco. Nei sotterranei si trovano i locali adibiti alla vinificazione e all’affinamento dei vini, compreso le botti storiche.

La Fratelli Barale fu fondata a Barolo nel 1870 da Francesco Barale, proprietario di vigneti in alcune delle zone più vocate del comune oltre che nella collina della Bussia a Monforte d’Alba. All’epoca, era stato creato da poco il Barolo moderno grazie alla Marchesa Colbert Falletti e a Camillo Benso con il supporto dell’enologo Louis Oudart, come ho raccontato dopo la visita della Marchesi di Barolo risalente sempre a quei giorni di quasi due anni fa. Ma esistono tracce della famiglia Barale sin dal 1600, come risulta da antichi registri parrocchiali. In quel tempo la famiglia Barale possedeva già a Barolo i vigneti nelle zone di Castellero, Cannubi, Preda e Costa di Rose. In tempi più recenti, la Fratelli Barale fu tra i primi a vinificare il Nebbiolo in purezza da singoli vigneti. Oggi sono Sergio Barale e le figlie Gloria ed Eleonora a condurre l’azienda. Proprio Eleonora mi accolse in cantina all’epoca del mio viaggio nelle Langhe.

La cantina San Michele si trova nella zona di produzione del Capriano del Colle, piccola e poco conosciuta denominazione del bresciano. Il territorio è caratterizzato dall’altopiano del Monte Netto, dove il vigneto si distende, a un’altitudine di circa 100 m. rispetto alla Pianura Padana, su terreni compositi, con un’alternanza di strati argilloso-calcarei, di detriti, sabbia e ghiaia. Le vigne godono di un’ottima esposizione e il territorio risulta particolarmente adatto alla coltivazione della vite.

La cantina è stata fondata negli anni ’80 del secolo scorso ed è oggi condotta dai cugini Mario ed Elena Danesi. Il vigneto, che si trova in fase di conversione al biologico, è variegato, comprendendo vigne vecchie – come la vigna del Cirillo – e altre di impianto più recente. In ogni caso, anche l’uso di zolfo e rame è sempre stato molto limitato. Di proprietà della cantina è la cascina Belvedere, fondata nel 1884, anno che dà il nome alla Riserva di Capriano del Colle che abbiamo assaggiato.

Abbiamo degustato quattro annate del 1884. Le più recenti – 2012 e 2011 – sono frutto dell’assemblaggio di Merlot 50%, Marzemino 40% e Sangiovese 10%; il 2009 e il 2008, invece, sono un blend di Marzemino 40%, Sangiovese 40%, Merlot 15% e un saldo di Barbera. In tutti i casi, le uve sono vinificate separatamente. La fermentazione dura una ventina di giorni, quindi i vini sostano in vasche di cemento dove svolgono anche la malolattica. Dopo i travasi, intorno a marzo vengono messi in barrique e tonneau dove affinano per oltre un anno. Quindi i diversi vini vengono uniti e amalgamati per due o tre mesi in vasche di cemento prima dell’imbottigliamento. Il vino sosta infine in bottiglia per un anno prima della commercializzazione.

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