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Vino origine e conoscenza

L’Azienda vitivinicola San Fereolo si trova nel territorio di Dogliani nelle Langhe sud-occidentali, area delimitata dal fiume Tanaro. Come già scritto quando abbiamo raccontato i Dogliani di Anna Maria Abbona, in questa zona vitivinicola, spesso penalizzata da un’immagine inadeguata e ancorata a vecchi stereotipi, la produzione del Dolcetto oltre ad essere tradizionale, è soprattutto di particolare pregio. E se il Barolo è senz’altro il vino dei Re, il Dolcetto era per lo meno il vino del Presidente Luigi Einaudi, originario di quelle terre.

Ci troviamo dunque a sud del Barolo, il gigante italiano del vino. Anche per questo motivo, quello di Dogliani è un territorio troppo spesso ritenuto minore nel comprensorio delle Langhe, a nostro avviso in modo erroneo. Il Dolcetto che vi viene prodotto è da sempre considerato dai più un vino di uso quotidiano a fianco di quel potente Nebbiolo della domenica o delle feste. Ma quest’area meridionale delle Langhe è più alta e fresca, dal momento che ci si avvicina alle montagne dell'Appennino ligure e delle Alpi Marittime, immersa in un paesaggio variegato e più selvaggio. Un territorio costituito ancora da boschi e noccioli, ideale per un vitigno esigente come il Dolcetto che qui trova condizioni di grande favore e, senza alcun dubbio, una delle proprie migliori espressioni. Le uve più pregiate provengono da suoli collinari argillosi, calcarei e silicei, dove non è infrequente la presenza di arenarie.

L’Azienda San Fereolo nasce nel 1992 e nel giro di qualche anno il vigneto raggiunge l’estensione di 12 ettari. A San Fereolo diventa presto focale il lavoro in vigna, improntato al massimo rispetto della natura, dove la vinificazione rappresenta soltanto l’ultima fase delle lavorazioni, il giusto compimento della produzione del vino. Ogni vite viene curata nella sua individualità ma al tempo stesso nella coralità dell’insieme delle piante che la circondano. L’approccio più rispondente a questo tipo di impostazione è stato pertanto quello biodinamico.

Uno dei personaggi del Barolo che ho il piacere di conoscere da tempo e che alcuni anni fa mi guidò nella visita della sua cantina durante un mio viaggio studi, è Sergio Germano, figlio di Ettore - il fondatore della cantina che porta il suo nome - e rappresentante della quarta generazione di questa famiglia del Barolo.  L’Azienda Ettore Germano si trova su una verdeggiante collina in località Cerretta, frazione di Serralunga d’Alba nelle Langhe, nella parte più orientale del comparto vitivinicolo del Barolo.

Le Langhe non sono sempre apparse così come le conosciamo oggi. Durante l’epoca geologica del Miocene, dove oggi incontriamo dolci colline ricoperte di vigneti e noccioli, un tempo trovava spazio un ampio golfo marino. Circa 15 milioni di anni fa, a partire dal periodo Elveziano, in seguito a lente ma costanti sedimentazioni cominciarono ad emergere dal mare dapprima i territori di Serralunga, a sud-est di Alba. Il processo di affioramento delle terre che durò milioni di anni, si concluse nel più recente periodo Messiniano intorno a 7 milioni di anni fa, in modo che il territorio assumesse più o meno la configurazione geomorfologica attuale. La zona dove si trova l’Azienda Ettore Germano, tra le prime del comparto ad emergere dal mare, presenta una struttura del terreno più compatta, con un sottosuolo che presenta un’alternanza di marne ed arenarie. La durezza che scaturisce da questa caratteristica dei terreni la ritroviamo poi nei vini, solitamente più strutturati e tannici, molto longevi e bisognosi di un maggiore affinamento.

Ho di recente raccontato la degustazione di un vino che fa parte della tradizione dell’Alto Adige, con particolare riferimento alla zona del Lago di Caldaro. Parlo Kalterersee Classico Superiore Quintessenz – da uve Schiava in purezza – della Cantina di Caldaro, grande azienda cooperativa della zona del lago. Se tuttavia volessi suggerire un vino-emblema di questa meravigliosa regione vinicola, non avrei dubbi ad indicare il Pinot Bianco come quello maggiormente rappresentativo. Oggi vi parlerò dunque di una altro vino della Cantina di Caldaro, il Pinot Bianco Quintessenz.

Il Pinot Bianco è una nobile e di antiche origini uva a bacca bianca, che deriva con buona probabilità da mutazioni genetiche del Pinot grigio che a sua volta sarebbe imparentato con il Pinot nero. In passato è stata spesso confusa con lo Chardonnay, con cui d'altra parte condivide numerose caratteristiche. Il Pinot bianco si presenta con piccoli grappoli raccolti, molto fitti e di forma cilindrica. Il risultato visivo finale è che il grappolo assomiglia più o meno ad una pigna e, verosimilmente, anche il nome pinot deriva da questo accostamento.

Così come sono stato coinvolto nel lancio del saggio “Gli eroi bevono vino”, alla stessa maniera ho dato una mano alla presentazione di un altro libro, il romanzo “Il casale dei sogli perduti” di Lisetta Renzi. L’evento si è tenuto a Roma presso la libreria Tlon.

Il romanzo, ambientato prevalentemente in Toscana (in Val d’Orcia, provincia di Siena), racconta le vicende legate ad una giovane donna italo-inglese, Isabel, inglese di nascita ma italiana da parte del padre. Isabel, profondamente legata alla terra paterna, ricca di storia e cultura ma anche generosa per i vini che vi si producono, riceve in eredità dalla prozia Ada il casale in Val d’Orcia dove ha trascorso le estati della sua infanzia e della sua giovinezza. L’amata zia Ada le ha fatto scoprire l’estetica e l’architettura, oltre ad averle trasmesso i valori della bellezza e della libertà nel seguire le proprie passioni.

Ciò nonostante, a trent’anni Isabel conduce un’esistenza molto diversa da quella che aveva sognato da bambina: lavora come controller in una prestigiosa banca d’affari inglese, ha una relazione sentimentale con un manager di successo e vive in un lussuoso loft a Londra, razionale e particolarmente ordinato come d’alta parte è tutta la sua vita. Tuttavia, quando la prozia muore, Isabel è obbligata a fare i conti con un doloroso passato che ha pesantemente condizionato tutte le sue scelte. Tornata nella vecchia dimora dove aveva trascorso le estati toscane, ogni stanza, ogni oggetto, ogni profumo la mette nuovamente in contatto con la parte più autentica di sé, inducendola a ricercare i suoi vecchi sogni e la vera felicità che ormai credeva per sempre perduti.

Abbiamo organizzato una bellissima cena-degustazione a Palermo, un incontro "Sicilia-Piemonte" tra grandi vini della tradizione piemontese e piatti gourmet della cucina siciliana e non solo: presso il ristorante Ozio Gastronomico di Palermo sono stati di scena i vini dell’Azienda di Neviglie di Roberto Sarotto.

La cena è cominciata versando nei calici un Asti secco, vino spumante metodo Charmat prodotto con uve Moscato, adatto ad accompagnare aperitivi e antipasti, davvero molto profumato. Un vino ancora troppo poco conosciuto, frequentemente confuso con il veneto Prosecco, con cui ha in comune soltanto il residuo zuccherino (è un extradry con 17 grammi/litro di zucchero). Poi è toccato al Langhe Arneis, un vino che si caratterizza per profumi floreali e fruttati e la notevole spalla fresco-sapida, molto adatto a detergere il cavo orale specie dopo aver mangiato cibi untuosi. Terzo vino il Gavi di Gavi Bric Sassi da uve Cortese, un vino che risulta più morbido rispetto al precedente, che gioca su note fruttate contando anche su una bella acidità. Si passa quindi al rosato Rosae da Nebbiolo in purezza, vino di grande struttura, freschezza e versatilità.

Ho partecipato alla presentazione del bellissimo saggio “Gli eroi bevono vino” scritto dalla professoressa Laura Pepe, docente di Diritto greco antico presso l’Università di Milano. L’evento si è tenuto nella sala consiliare del III Municipio di Roma. Il saggio che ha finalità divulgative, mira a indagare le radici più remote del vino nella cultura classica e nei costumi delle antiche società greca e romana. Al termine della tavola rotonda abbiamo degustato il vino prodotto con vitigni “greci” dalla cantina calabrese Caparra & Siciliani.

Fino al tempo di Omero le storie erano narrate oralmente. Adesso il mito e gli aneddoti che riguardano uomini e dei sono riportati per iscritto nell’Iliade e nell’Odissea. Nella società greca il vino scorre a fiumi: da Ulisse ed Aiace inviati da Agamennone ad Achille come ambasciatori al celeberrimo episodio di Ulisse che ubriaca e acceca Polifemo per fuggire dalla caverna dov’è rinchiuso assieme ai suoi compagni di viaggio.

Importanza rilevante avevano il Simposio e il Convivio, il banchetto per i greci e per i romani. I punti di contatto sono soprattutto formali: per esempio nell’uso del klinai. Il Simposio greco si caratterizza per l’alta ritualità e per la centralità che assume il vino, servito tagliato con acqua. È improntato ad un ideale di uguaglianza dei commensali e il vino viene proposto in un secondo momento, soltanto dopo che la cena è terminata. Nel Convivio romano, cibo e vino sono serviti assieme e c’è una precisa gerarchia tra i partecipanti. Il Convivio segna la fine della frugalitas romana e la cena di Trimalchione ne è l’emblema.

Abbiamo già incontrato Tiare e degustato il suo grande Sauvignon blanc, pluripremiato e ormai molto noto alle cronache del vino. Ma Tiare non è soltanto Sauvignon: è un’azienda solida, situata a Dolegna del Collio in provincia di Gorizia, una cantina che opera da più di trent’anni e che si estende per oltre 10 ettari prevalentemente sul versante nord-est del Collio friulano. Quest’area, contornata dalle Alpi Carniche e Giulie al confine con la Slovenia, presenta condizioni pedoclimatiche assai favorevoli per la coltivazione dell’uva. Oggi parleremo della Ribolla Gialla di Tiare.

La Ribolla Gialla è un antico vitigno autoctono, coltivato fin dall'epoca romana nella sua zona di eccellenza, ossia sulle verdeggianti colline del Friuli. Quest’uva cardine per il territorio, molto vigorosa, dal germogliamento e maturazione tardive ha un nome caratteristico. Un tempo, a causa della massiccia quantità di acido malico presente in essa, il vino pronto ancora ribolliva non appena servito nel bicchiere prima di essere bevuto. Oggi tuttavia, grazie alla vinificazione e successiva maturazione a temperature controllate, la Ribolla Gialla dà vita a vini straordinariamente eleganti, freschi e profumati.

Abbiamo già parlato di Alto Adige intervistando Max Niedermayr, Presidente del Consorzio dei vini di questo splendido territorio. Abbiamo anche recensito gli altoatesini Gewurztraminer Kastelaz e il Sauvignon Castel Ringberg di Elena Walch. Abbiamo dunque imparato che in Alto Adige coesistono produttori indipendenti accanto a grandi Cantine Cooperative, da sempre realtà fondamentali per lo sviluppo della vitivinicultura del territorio.

Ed oggi tratteremo proprio di una Cooperativa, la Cantina di Caldaro o Kellerei Kaltern – come sono soliti chiamare la Cantina gli abitanti del posto – oltre che di uno dei suoi vini-simbolo, prodotto con un vitigno autoctono come la Schiava. La Cantina di Caldaro è una cooperativa storica che rappresenta tutto il comune e i suoi viticultori. I vini dell’Azienda vengono prodotti nei pressi del Lago di Caldaro. Sono vini che vantano una lunga storia e vengono realizzati dalla Cantina sin dagli inizi del ventesimo secolo. Sin da quando, cioè, l’Alto Adige era parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico. Oggi la Cantina è una Cooperativa vitivinicola che rappresenta 650 soci e ben 450 ettari di vigneti.

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Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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