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Vino origine e conoscenza

Abbiamo organizzato una bellissima cena-degustazione a Palermo, un incontro "Sicilia-Piemonte" tra grandi vini della tradizione piemontese e piatti gourmet della cucina siciliana e non solo: presso il ristorante Ozio Gastronomico di Palermo sono stati di scena i vini dell’Azienda di Neviglie di Roberto Sarotto.

La cena è cominciata versando nei calici un Asti secco, vino spumante metodo Charmat prodotto con uve Moscato, adatto ad accompagnare aperitivi e antipasti, davvero molto profumato. Un vino ancora troppo poco conosciuto, frequentemente confuso con il veneto Prosecco, con cui ha in comune soltanto il residuo zuccherino (è un extradry con 17 grammi/litro di zucchero). Poi è toccato al Langhe Arneis, un vino che si caratterizza per profumi floreali e fruttati e la notevole spalla fresco-sapida, molto adatto a detergere il cavo orale specie dopo aver mangiato cibi untuosi. Terzo vino il Gavi di Gavi Bric Sassi da uve Cortese, un vino che risulta più morbido rispetto al precedente, che gioca su note fruttate contando anche su una bella acidità. Si passa quindi al rosato Rosae da Nebbiolo in purezza, vino di grande struttura, freschezza e versatilità.

Ho partecipato alla presentazione del bellissimo saggio “Gli eroi bevono vino” scritto dalla professoressa Laura Pepe, docente di Diritto greco antico presso l’Università di Milano. L’evento si è tenuto nella sala consiliare del III Municipio di Roma. Il saggio che ha finalità divulgative, mira a indagare le radici più remote del vino nella cultura classica e nei costumi delle antiche società greca e romana. Al termine della tavola rotonda abbiamo degustato il vino prodotto con vitigni “greci” dalla cantina calabrese Caparra & Siciliani.

Fino al tempo di Omero le storie erano narrate oralmente. Adesso il mito e gli aneddoti che riguardano uomini e dei sono riportati per iscritto nell’Iliade e nell’Odissea. Nella società greca il vino scorre a fiumi: da Ulisse ed Aiace inviati da Agamennone ad Achille come ambasciatori al celeberrimo episodio di Ulisse che ubriaca e acceca Polifemo per fuggire dalla caverna dov’è rinchiuso assieme ai suoi compagni di viaggio.

Importanza rilevante avevano il Simposio e il Convivio, il banchetto per i greci e per i romani. I punti di contatto sono soprattutto formali: per esempio nell’uso del klinai. Il Simposio greco si caratterizza per l’alta ritualità e per la centralità che assume il vino, servito tagliato con acqua. È improntato ad un ideale di uguaglianza dei commensali e il vino viene proposto in un secondo momento, soltanto dopo che la cena è terminata. Nel Convivio romano, cibo e vino sono serviti assieme e c’è una precisa gerarchia tra i partecipanti. Il Convivio segna la fine della frugalitas romana e la cena di Trimalchione ne è l’emblema.

Abbiamo già incontrato Tiare e degustato il suo grande Sauvignon blanc, pluripremiato e ormai molto noto alle cronache del vino. Ma Tiare non è soltanto Sauvignon: è un’azienda solida, situata a Dolegna del Collio in provincia di Gorizia, una cantina che opera da più di trent’anni e che si estende per oltre 10 ettari prevalentemente sul versante nord-est del Collio friulano. Quest’area, contornata dalle Alpi Carniche e Giulie al confine con la Slovenia, presenta condizioni pedoclimatiche assai favorevoli per la coltivazione dell’uva. Oggi parleremo della Ribolla Gialla di Tiare.

La Ribolla Gialla è un antico vitigno autoctono, coltivato fin dall'epoca romana nella sua zona di eccellenza, ossia sulle verdeggianti colline del Friuli. Quest’uva cardine per il territorio, molto vigorosa, dal germogliamento e maturazione tardive ha un nome caratteristico. Un tempo, a causa della massiccia quantità di acido malico presente in essa, il vino pronto ancora ribolliva non appena servito nel bicchiere prima di essere bevuto. Oggi tuttavia, grazie alla vinificazione e successiva maturazione a temperature controllate, la Ribolla Gialla dà vita a vini straordinariamente eleganti, freschi e profumati.

Abbiamo già parlato di Alto Adige intervistando Max Niedermayr, Presidente del Consorzio dei vini di questo splendido territorio. Abbiamo anche recensito gli altoatesini Gewurztraminer Kastelaz e il Sauvignon Castel Ringberg di Elena Walch. Abbiamo dunque imparato che in Alto Adige coesistono produttori indipendenti accanto a grandi Cantine Cooperative, da sempre realtà fondamentali per lo sviluppo della vitivinicultura del territorio.

Ed oggi tratteremo proprio di una Cooperativa, la Cantina di Caldaro o Kellerei Kaltern – come sono soliti chiamare la Cantina gli abitanti del posto – oltre che di uno dei suoi vini-simbolo, prodotto con un vitigno autoctono come la Schiava. La Cantina di Caldaro è una cooperativa storica che rappresenta tutto il comune e i suoi viticultori. I vini dell’Azienda vengono prodotti nei pressi del Lago di Caldaro. Sono vini che vantano una lunga storia e vengono realizzati dalla Cantina sin dagli inizi del ventesimo secolo. Sin da quando, cioè, l’Alto Adige era parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico. Oggi la Cantina è una Cooperativa vitivinicola che rappresenta 650 soci e ben 450 ettari di vigneti.

Abbiamo già incontrato l’Azienda vinicola campana Colli di Lapio, condotta con sicurezza da Clelia Romano. Abbiamo conosciuto questa cantina in occasione del racconto dell’abbinamento di un risotto alla zucca al Fiano di Avellino 2009, vino di cui abbiamo in seguito recensito il millesimo 2014, vino tanto notevole quanto l’annata non sia stata particolarmente favorevole per la produzione delle uve.

L’azienda, nata nella prima metà degli anni ’90 dello scorso secolo, è ubicata a Arianello, una piccola frazione del comune di Lapio, paese Irpino situato a circa 550 metri sopra il livello del mare. Lapio è uno dei pochi comuni dove si possono produrre due delle tre DOCG del territorio, ossia il Fiano di Avellino e il Taurasi. La presenza di boschi che sfavoriscono prolungati surriscaldamenti estivi, il clima secco e ventilato e la buona piovosità facilitano la produzione anche del terzo vino d’Origine Controllata e Garantita dell’Irpinia, ossia il Greco di Tufo Alèxandròs, vino di cui parleremo oggi e che prende il nome dal terzo nipote di Clelia. Le caratteristiche del territorio e del vigneto che si trova nel comune di Santa Paolina, nell’areale di produzione del Greco di Tufo, determinano alcune delle condizioni ottimali per la coltivazione della vite.

Il Muller Thurgau è un vino ottenuto dall'omonimo vitigno, che oggi trova ampia diffusione in Germania, in Austria, in Ungheria, in Svizzera e anche in Italia. In particolare, nel nostro Paese viene coltivato soprattutto in Trentino e in Alto Adige, nelle cui valli si produce probabilmente il miglior Muller Thurgau italiano. Prediligendo i terreni collinari, anche terrazzati, con un’altitudine compresa tra i 500 e i 900 metri s.l.m., proprio per questo ha trovato in questo territorio il suo habitat ideale.

Il Muller Thurgau è una delle poche uve di cui si conosce esattamente il suo inventore e la sua data di nascita. Si sa, infatti, che questo vitigno ha avuto origine nel 1882, quando un ricercatore svizzero, Herman Muller, nato a Thurgau, creò l'incrocio tra il Riesling e il Sylvaner. Da una recente ricerca sul DNA, pare che in realtà il secondo vitigno fosse lo Chasselas.

Al di là della sua storia, sicuramente interessante ma tutto sommato abbastanza recente, per noi il Muller Thurgau è uno dei vitigni più importanti dell’intero panorama enologico nazionale. Abbiamo pertanto degustato e raccontiamo il Muller Thurgau Aristos della altoatesina Cantina Valle Isarco.

Livia è il nome della mamma di Enrico Marramiero, titolare dell’omonima azienda abruzzese che abbiamo già incontrato altre volte. È un vino cotto, vino della tradizione della regione che va indietro nel tempo per molti secoli. Storicamente veniva prodotto e conservato fino alla nascita del primo figlio maschio o addirittura fino al suo matrimonio. Il Livia è un vino prodotto con uve Montepulciano ed è adatto ad accompagnare il dessert, ma in grado di esaltare anche i formaggi stagionati e, come vedremo, anche erborinati.

Questa specialità abruzzese non poteva non far parte della gamma dei vini Marramiero, accanto agli altri grandi vini del territorio come il Montepulciano Inferi, il Dante Marramiero, il Trebbiano Altare o il Pecorino d’Abruzzo, vini che abbiamo già raccontato.

Al Vinitaly, ho avuto la fortuna di partecipare ad un evento in cui il Livia era proposto in abbinamento con ben sei differenti formaggi. Oltre alla presenza del titolare dell’azienda Enrico e dell’Enologo Romeo Taramborrelli, il tasting ha visto la partecipazione della giornalista Rosa Capece ed è stato guidato da Francesco D’Agostino Direttore di Cucina & Vini. Ma prima di raccontare la degustazione, proviamo a capire come viene realizzato tecnicamente il vino cotto targato Marramiero.

A casa da amici mi sono imbattuto in una bottiglia-mito, il Brunello di Montalcino Biondi Santi 2001 che vi voglio raccontare. Un vino che dopo oltre 15 anni era ancora perfettamente integro, con sentori persino floreali ma non di fiori appassiti, fruttati ma non così maturi o soltanto in confettura.


Ma andiamo con ordine. La storia del Brunello inizia negli anni ’80 del XIX secolo proprio grazie alla famiglia Biondi Santi nella Tenuta del Greppo a Montalcino. Era il tempo in cui il Barone Ricasoli codificava la ricetta del Chianti come vino a base Sangiovese ma che non doveva mai presentarsi in purezza. Dove, anzi, nell’uvaggio trovavano spazio anche uve a bacca bianca.


Ferruccio Biondi Santi, invece, selezionò i migliori cloni di Sangiovese grosso, impiantandone le barbatelle su piede americano e li vinificò in purezza. Instaurò standard produttivi molto severi tagliando drasticamente le rese per ettaro del vigneto, tanto che la pratica della selezione manuale dei migliori frutti si è tramandata fino ai giorni nostri.

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Il vino prepara i cuori

e li rende più pronti alla passione. 

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